Terremoto Afghanistan: la sfida del freddo dopo il tragico sisma

Il contesto meteorologico aggrava una situazione già segnata dall’isolamento geografico

Più di 2.100 morti, oltre 3.600 feriti e quasi 7.000 abitazioni ridotte in macerie. È il drammatico bilancio dei recenti terremoti che hanno devastato le province orientali dell’Afghanistan, lasciando mezzo milione di persone senza riparo, acqua potabile né cibo. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sostenuta dall’Unicef, che chiede un intervento urgente della comunità internazionale prima che l’inverno, particolarmente rigido nelle zone montuose, renda la crisi ancora più grave.

Il contesto meteorologico aggrava una situazione già segnata dall’isolamento geografico: strade crollate, frane e rocce bloccano i convogli di aiuti, mentre per raggiungere alcuni villaggi sono necessarie ore di viaggio a dorso d’asino. L’arrivo imminente di basse temperature, tipiche degli altipiani afghani tra ottobre e marzo, aumenta il rischio di ipotermia, malattie respiratorie e ulteriori decessi, soprattutto tra i bambini.

Secondo le Nazioni Unite, nelle aree colpite vivono 3,7 milioni di persone, di cui circa 800.000 già sfollate da anni di conflitto. Le infrastrutture limitate e le rigide norme sociali rendono la gestione dell’emergenza una delle più complesse mai affrontate. Senza un sostegno immediato il freddo in arrivo rischia di trasformare questa catastrofe naturale in una crisi umanitaria di proporzioni ancora maggiori.