Caccia illegale: i bracconieri continuano a guadagnare milioni, ma le nuove tecnologie stanno cambiando tutto

Il traffico illegale di fauna selvatica alimenta un mercato miliardario che spinge molte specie verso l’estinzione. Mentre le reti criminali si fanno sempre più sofisticate, scienziati, ambientalisti e autorità internazionali rispondono con tecnologie avanzate per proteggere gli ecosistemi e garantire un futuro alla biodiversità mondiale

La caccia illegale di animali selvatici continua a essere una forza devastante che spinge numerose specie verso l’estinzione. Nonostante temi come il cambiamento climatico, gli incendi boschivi e la plastica negli oceani dominino l’attenzione globale, è sorprendente quanto rimanga rilevante il commercio clandestino di fauna. La domanda di sculture in avorio elefantino, di medicinali tradizionali ottenuto con il corno di rinoceronte polverizzato per trattare reumatismi, e di animali esotici da compagnia alimenta mercati illeciti molto lucrativi.

Un chilogrammo di corno di rinoceronte può valere fino a 50.000 sterline, alimentando l’azione delle reti criminali. In Africa occidentale, per esempio, nel mercato in Nigeria si registra la vendita di teste di scimpanzé per 100 dollari ciascuna, legata al commercio di feticci più che alla carne. In tale contesto, dove i margini di profitto sono astronomici, criminalità organizzata, corruzione e accordi internazionali agiscono congiuntamente, consolidando un circuito illegale globale. (BBC)

Il declino dei grandi mammiferi: rinoceronti, tigri e altri nei guai

Negli ultimi decenni il bracconaggio dei rinoceronti è esploso: tra 2007 e 2014 i casi in Sudafrica sono aumentati di circa il 7.000%, passando da 13 a 1.215 animali uccisi all’anno. Anche se in seguito il numero è sceso leggermente (1.028 nel 2017), le conseguenze sono irreversibili: l’ultimo esemplare maschile del rinoceronte bianco settentrionale è morto di recente, rendendo la specie praticamente estinta in natura.

Altri fenomeni gravi riguardano le tigri: allevamenti illegali in Cina, Laos, Vietnam e Thailandia ospiterebbero fino a 8.000 esemplari in cattività, molti dei quali usati per ossa, pelli e parti da destinare a mercati tradizionali. Questi allevamenti non disincentivano il bracconaggio selvatico, anzi lo alimentano normalizzando il commercio e rendendo più economico uccidere animali selvatici rispetto al mantenimento in cattività. Anche specie come giaguari e leoni sono coinvolte nel commercio internazionale per ossa e pelli, spesso dirette verso la domanda asiatica.

Strumenti avanzati per il contrasto: intelligenza artificiale, droni e genetica

Una delle sfide più grandi per le forze dell’ordine è identificare l’origine delle parti sequestrate: provengono da area protetta? Da allevamento? L’intelligenza artificiale può essere determinante. Ad esempio, ogni tigre ha strisce uniche simili a impronte digitali: grazie a fototrappole sparse nelle aree protette, è possibile costruire database globali di immagini per confrontare pellicce sequestrate e tracciare la provenienza.

Nei casi in cui l’aspetto visivo non basta, l’analisi del DNA diventa cruciale. Dal 2013, la CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) richiede che ogni sequestro di avorio superiore a mezza tonnellata venga analizzato geneticamente. Un caso noto ha mostrato che un lotto di avorio sequestrato proveniva da due regioni della Tanzania, consentendo pressioni internazionali sui governi locali.

Sistemi moderni, come quelli basati su machine vision, sono attivi per individuare annunci online di vendita di animali esotici, distinguendo contesti e ambienti (ad esempio gabbie) tramite reti neurali. Tali strumenti permettono di scovare traffici sul web con un livello di automazione che va oltre le capacità umane manuali.

PAWS: strategia predittiva al servizio dei ranger

Il progetto Protection Assistant for Wildlife Security (PAWS) è un modello di intelligenza artificiale concepito per supportare le pattuglie anti-bracconaggio. Utilizza dati storici di attività illecite, promettendo di migliorare l’efficacia del controllo del territorio. Le rotte di sorveglianza suggerite da PAWS aumentano la probabilità di individuare trappole e bracconieri fino al 30% rispetto alle strategie tradizionali. In Uganda, si è testato il sistema sul Parco Nazionale Queen Elizabeth, con ottimi risultati: in aree suggerite da PAWS le pattuglie hanno trovato trappole non individuate prima e migliorato la copertura delle zone a rischio. Il modello combina anche strumenti per calcolare l’incertezza predittiva, rendendo le rotte più robuste in casi di dati scarsi.

PAWS è in corso di integrazione con SMART, un software di gestione delle riserve già ampiamente usato in molte aree protette. Ciò consentirà una copertura globale più efficiente e la condivisione di dati tra parchi diversi.

Le nuove frontiere digitali: fototrappole, IA e sorveglianza connessa

Oltre a PAWS, altre tecnologie stanno emergendo sul fronte della conservazione. Progetti come “Connected Conservation“, in Sudafrica con il supporto di Dimension Data e Cisco, utilizzano hotspot Wi-Fi, reti video, riconoscimento facciale e analisi predittiva per creare “barriere virtuali” digitali intorno ai parchi. Questo approccio ha ridotto gli atti di bracconaggio fino al 96% nella riserva pilota, con zero aggressioni ai rinoceronti in un anno.

In Italia è stato sperimentato WADAS (Wild Animal Detection and Alert System), un sistema open source basato su intelligenza artificiale sviluppato per il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM). Utilizza telecamere Reolink Go Ranger dotate di visione notturna non invasiva e algoritmi AI locali su processori Intel Core Ultra. Il sistema rileva animali e invia allarmi in tempo reale, senza disturbare la fauna, ed è progettato per prevenire collisioni stradali e conflitti uomo-fauna. (Adnkronos)

Altri strumenti come sensori acustici addestrati a riconoscere rumori sospetti (motoseghe, colpi d’arma da fuoco) e droni termici con algoritmi di apprendimento automatico completano il quadro delle tecnologie emergenti per la sorveglianza ambientale.

Sfide operative e limiti strutturali

Nonostante le innovazioni, la battaglia non è vinta. Le aree protette spesso si estendono su territori vastissimi e difficilmente accessibili, con risorse e personale limitati. In molti paesi, il finanziamento alle operazioni anti-bracconaggio è esiguo rispetto all’ampiezza del fenomeno. Inoltre, la corruzione e la complicità tra portatori d’interesse locali e reti criminali ostacolano gli interventi.

La raccolta dati è spesso incompleta: i ranger non sempre registrano ogni attività illecita con precisione, rendendo il training di modelli predittivi più difficile. Le zone remote richiedono sistemi autonomi con energia, comunicazione e manutenzione, che non sempre sono disponibili. Anche l’accettazione locale delle tecnologie può essere critica, se la comunità non è coinvolta nei processi decisionali.

Non va dimenticato che alcune misure — per quanto tecnologiche — richiedono un cambiamento istituzionale e legislativo. Le sanzioni per detenzione, commercio e uccisione di specie protette in molti paesi restano troppo blande rispetto ai ricavi illeciti generati. In Italia, ad esempio, si segnalano centinaia di animali sequestrati e centri di recupero (CRAS) quotidianamente impegnati nella cura della fauna vittima dei reati, ma senza un sistema unificato di sorveglianza nazionale e con sanzioni spesso insufficienti per scoraggiare il crimine.
(WWF Italia)

Speranze e prospettive per la protezione della biodiversità

Nonostante le difficoltà, le tecnologie in campo mostrano che siamo in una fase di svolta. L’integrazione di dati, la cooperazione globale, l’impiego di IA e la partecipazione delle comunità locali costituiscono una strategia multidimensionale che può decifrare il fenomeno bracconaggio in modo più efficace.

Strumenti come PAWS e SMART permettono di allineare meglio le pattuglie ai rischi reali, mentre sensori acustici, droni e fototrappole estendono la sorveglianza in zone altrimenti inattive. Sistemi come WADAS dimostrano anche che è possibile adattare queste tecnologie a contesti più piccoli e specifici, come i parchi nazionali europei.

A lungo termine, il successo dipenderà dalla volontà politica, dalle risorse stanziate, dalla formazione dei ranger e dal coinvolgimento delle popolazioni locali. Ma se queste misure verranno potenziate e diffuse, potranno contribuire a bloccare il traffico illegale, recuperare specie in declino e proteggerle dalle reti criminali che le vanno cacciando nel silenzio.