Recenti scoperte sulle Carte Geografiche Aragonesi, rinvenute negli archivi di Napoli e di Parigi, stanno modificando la visione tradizionale della storia della cartografia e della trasmissione del sapere scientifico in Europa. Queste mappe, di straordinaria precisione topografica, descrivono dettagliatamente il territorio del Regno di Napoli con una qualità che supera di oltre un secolo le conoscenze cartografiche del Quattrocento. Tuttavia, non esistono documenti che attestino la complessa organizzazione necessaria alla loro realizzazione. È quanto riporta Elio Cadelo in un approfondito articolo pubblicato su “formiche.net”. Gli studiosi — tra cui Valerio Vladimiro e Fernando La Greca — ipotizzano quindi che le Carte Aragonesi siano copie o adattamenti di antiche mappe romane, poiché presentano elementi scomparsi già in epoca medioevale e riferimenti a strutture dell’età classica non più esistenti al tempo degli Aragonesi. Ciò suggerisce che i Romani avessero raggiunto un livello avanzatissimo di conoscenze topografiche e strumenti di rilevazione (groma, diottra, corobate), poi in gran parte perduti dopo la caduta dell’Impero.
La precisione delle mappe, che raffigurano monti, fiumi, città e luoghi ormai distrutti, suggerisce che le Carte Aragonesi non fossero il frutto di rilevamenti contemporanei, ma piuttosto il riadattamento e la copia di mappe romane.
La scoperta di queste carte potrebbe contribuire a sfatare il mito che l’Europa medioevale fosse culturalmente isolata o che la scienza e la cartografia europee fossero dipendenti dalla tradizione araba. Piuttosto, sembra che una parte significativa della conoscenza scientifica sia sopravvissuta durante il periodo di decadenza dell’Impero Romano attraverso canali ancora da scoprire, e che questa conoscenza abbia contribuito alla nascita del Rinascimento in un modo che non dipendeva esclusivamente dalla tradizione islamica.
In discussione il ruolo degli Arabi
Questa scoperta mette in discussione l’idea, nata in epoca illuministica, secondo cui furono gli Arabi a restituire all’Europa la scienza antica, permettendo la nascita dell’Umanesimo e del Rinascimento. In realtà, la cartografia “islamica” derivava in larga parte da modelli greco-romani, come dimostrano le opere di al-Idrisi, che pur notevoli, restano imprecise e prive di un rigoroso metodo matematico.
Una continuità di conoscenza tra il mondo romano e quello medioevale
Inoltre, queste carte mettono in luce una continuità di conoscenza tra il mondo romano e quello medioevale, suggerendo che la cultura scientifica e cartografica dell’Occidente non fosse affatto estinta, come spesso si pensava, ma fosse sopravvissuta in vari modi, tra cui attraverso mappe segrete e rare. Questi strumenti, custoditi gelosamente, costituivano un patrimonio di conoscenza scientifica che, pur se ridotto e distorto nel corso dei secoli, sarebbe riemerso nel periodo successivo.
Nel contesto della storia della cartografia, le Carte Aragonesi contribuiscono anche a modificare la narrazione sul Rinascimento, mostrando che la riscoperta del mondo classico non è stata semplicemente un recupero del sapere trasmesso tramite gli Arabi, ma anche un’eredità sopravvissuta in modo indipendente e trasmessa attraverso vie misteriose, magari con l’influenza delle antiche tradizioni cartografiche romane.
Questa prospettiva non solo apre nuove strade per lo studio della storia della cartografia, ma invita anche a riconsiderare il ruolo di Napoli e dell’Italia meridionale nel contesto della tradizione scientifica europea. Il mistero delle Carte Aragonesi potrebbe infatti portare a nuove scoperte che alterano la nostra comprensione del passaggio dal Medioevo all’epoca moderna e la sua relazione con il mondo classico.
Le Carte Aragonesi, quindi, offrono prove che parte del sapere tecnico-scientifico romano sopravvisse al Medioevo in circuiti nascosti ma autonomi rispetto all’islam, riemergendo poi nelle scuole cartografiche italiane e nelle grandi esplorazioni marittime.
Queste mappe costringono, dunque, a riconsiderare la nascita della scienza e della modernità europea come un processo radicato nella continuità del mondo greco-romano, e non come una semplice “rinascita” dovuta alla mediazione araba.


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