Dalle terre del Circolo Polare alla Tate Modern: l’arte Sámi di Máret Ánne Sara

Con la Hyundai Commission 2025 il Tate Modern ospita un'opera potente che restituisce dignità alla cultura indigena del Nord Europa. L'artista denuncia gli effetti del colonialismo ambientale e celebra il legame ancestrale tra terra, animali e popoli dell’Artico europeo

La Turbine Hall della Tate Modern ospiterà, a partire dal 14 ottobre 2025, un’opera monumentale dell’artista e attivista Máret Ánne Sara, originaria della comunità Sámi. Selezionata per la Hyundai Commission di quest’anno, la sua nomina segna un riconoscimento significativo all’arte indigena in ambito internazionale, portando al centro della scena museale una voce critica e radicale. Sara è cresciuta a Guovdageaidnu, in Norvegia, all’interno di una famiglia di allevatori di renne: un’esperienza che ha plasmato profondamente la sua pratica artistica, incentrata sul legame tra natura, spiritualità e giustizia sociale. Il suo nome è salito alla ribalta internazionale nel 2016 con “Pile o’ Sápmi Supreme”, un’installazione composta da 400 teschi di renna forati da proiettili, collocata davanti al Parlamento norvegese per denunciare le politiche statali di abbattimento forzato delle mandrie Sámi.

Arte, protesta e trasformazione istituzionale

L’invito rivolto a Sara rientra in una più ampia trasformazione della Tate, che sotto la guida della direttrice Karin Hindsbo ha dichiarato di voler dedicare maggiore attenzione all’arte indigena, in linea con una crescente spinta globale verso la decolonizzazione delle istituzioni culturali. L’accordo con Hyundai Motor, recentemente esteso fino al 2036, garantirà un sostegno duraturo alle commissioni della Turbine Hall e al Transnational Research Centre. Il lavoro di Sara si inserisce in una prestigiosa eredità di artisti internazionali – da Kara Walker a Olafur Eliasson – ma se ne distacca per l’urgenza politica e la radicalità del messaggio. Alla Biennale di Venezia 2022, l’artista aveva già contribuito con una scultura viscerale di vitelli di renna stagionati, per la prima storica partecipazione della cultura Sámi al Padiglione Nordico. Il suo approccio va oltre la denuncia, offrendo una visione alternativa del mondo fondata sull’interdipendenza tra esseri umani, animali e paesaggi.

Sápmi: terra, lotte e sapere ancestrale

Per comprendere appieno l’opera di Máret Ánne Sara è essenziale conoscere la realtà del popolo Sámi, una delle ultime popolazioni indigene europee. La loro terra d’origine, Sápmi, si estende tra Norvegia, Svezia, Finlandia e la Russia nord-occidentale. I Sámi sono stati a lungo vittime di discriminazioni, assimilazione forzata e spoliazione dei territori, e ancora oggi lottano per il riconoscimento dei propri diritti culturali e ambientali. La loro visione del mondo si fonda su un sapere ecologico profondo, maturato attraverso pratiche come l’allevamento delle renne, la pesca e la gestione sostenibile delle risorse naturali. Le opere di Sara, realizzate con materiali legati alla tradizione – come ossa, pelle, tendini o resti animali – non sono solo simboli di resistenza, ma veri e propri atti di trasmissione di conoscenza ancestrale.

“Esiste un modo diverso di pensare e di essere tra una prospettiva indigena e un orientamento tipicamente occidentale. Umani, natura e animali sono interdipendenti e uguali”, ha dichiarato l’artista. Con la sua presenza alla Tate, Sara porta questa visione in uno degli spazi artistici più visibili del mondo.

Tra gli altri eventi di quest’anno in programma al Tate figurano Together We Emerge: Indigenous Futures, che affronterà i temi del tempo, dell’ambiente e della rinatalità, e Rights of Nature, che tratterà delle connessioni tra specie, terra e acqua, oltre a un simposio sui temi del matrilignaggio (per discendenza ed eredità materna) e della conoscenza ancestrale.

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