Foreste sacre e spiritualità in evoluzione: i giovani Mentawai tra tradizione, religione e tutela del territorio

Come i giovani Mentawai integrano spiritualità ancestrale, Islam e Cristianesimo per proteggere le foreste minacciate dalla deforestazione e dal cambiamento sociale

Nelle isole Mentawai, al largo della costa occidentale di Sumatra, le fitte foreste pluviali non sono solo ecosistemi ricchi di biodiversità, ma anche paesaggi spirituali profondamente radicati nella cosmologia indigena conosciuta come Arat Sabulungan. Secondo questa visione del mondo, ogni elemento naturale – un albero, un fiume, un animale – è abitato da spiriti che richiedono rispetto ed equilibrio. Questa cosmologia non è un sistema isolato del passato: continua a vivere, reinterpretata dalle nuove generazioni che, pur cresciute frequentando moschee o chiese, partecipano ancora ai rituali con gli anziani nelle radure sacre, fondendo la spiritualità tradizionale con l’Islam e il Cristianesimo.

Rituali come strumenti di gestione ambientale

Lo studio etnografico condotto su cinque villaggi di Siberut e Sipora documenta undici rituali ancora praticati, che legano profondamente spiritualità e gestione della foresta. Uno dei più significativi è il buluat, un’offerta agli spiriti prima di abbattere un albero, spesso accompagnata dall’impegno a piantare un nuovo albero da frutto sul terreno disboscato. Secondo i sikerei – gli sciamani tradizionali – l’utilizzo del legname è regolato da norme non scritte: si prende solo quanto necessario per costruire canoe o case. Questo sistema di credenze funziona come un codice etico che modera lo sfruttamento delle risorse naturali e trasmette alle nuove generazioni una visione olistica del rapporto tra uomo e ambiente.

Giovani custodi di una doppia identità

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i giovani Mentawai non stanno abbandonando la loro eredità spirituale, ma la stanno reinterpretando. In villaggi come Matotonan, celebrazioni come la Liat Pulaggajat vengono recuperate da giovani musulmani come forma di omaggio agli antenati e strumento di coesione comunitaria. Allo stesso modo, i giovani cattolici di Tuapejat osservano ancora tabù ancestrali, a dimostrazione che la religione non ha cancellato la cosmologia indigena, ma ha dato vita a un sincretismo culturale profondo. ONG locali come YPBM confermano questa resilienza: nei loro programmi educativi i giovani imparano a valorizzare sia le identità religiose contemporanee che le tradizioni culturali legate alla natura.

La deforestazione erode il paesaggio e la memoria

Tuttavia, questa ricchezza culturale e spirituale è oggi in pericolo. La continua deforestazione nelle Mentawai – incentivata da interessi economici e da una governance debole – sta distruggendo sia l’ambiente che le fondamenta spirituali della società indigena. Con la perdita delle foreste, vengono meno non solo le specie endemiche del Sundaland, come il gibbone di Kloss, ma anche gli spazi sacri e i materiali rituali necessari alla pratica dell’Arat Sabulungan. Gli autori dello studio denunciano come le comunità locali non abbiano abbastanza potere né supporto per opporsi alle pressioni esterne, e come la spiritualità – pur conservando valore – possa talvolta essere strumentalizzata o svuotata quando inserita in logiche di sfruttamento.

Oltre il romanticismo: una chiamata alla responsabilità

Alcuni studiosi, pur riconoscendo il valore dello studio, mettono in guardia dal rischio di idealizzare la spiritualità indigena come automaticamente conservazionista. La realtà è più complessa: i rituali possono sia limitare l’uso eccessivo delle risorse che giustificarlo, a seconda del contesto. Tuttavia, è proprio in questa ambivalenza che risiede la forza dell’Arat Sabulungan: non come dogma immutabile, ma come struttura culturale dinamica che consente ai giovani Mentawai di navigare tra eredità ancestrali, religioni globali e sfide moderne. Il futuro di questa cosmologia – e delle foreste che la sostengono – dipenderà dalla capacità collettiva di riconoscere e valorizzare le conoscenze locali, garantendo protezione politica, culturale ed ecologica ai popoli che le custodiscono.

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Immagine di Wayne Hodgkinson

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