Le guerre non provocano solo distruzione umana e sociale: tra le vittime dimenticate figura l’ambiente: ecosistemi e risorse naturali gravemente compromessi. Ogni conflitto armato lascia cicatrici profonde sul territorio: suoli, acque, foreste, fauna e aria vengono gravemente compromessi, con effetti che spesso perdurano ben oltre la fine delle ostilità. In particolare, le infrastrutture civili colpite — centrali elettriche, impianti chimici, reti fognarie, serbatoi di carburante — rilasciano sostanze tossiche nel terreno e nell’atmosfera. Come risultato, il paesaggio si trasforma in un mare di macerie, la qualità dell’aria degrada a causa delle esplosioni e degli incendi, e i corsi d’acqua vengono contaminati da scarichi pericolosi o da metalli pesanti residui delle armi.
Questo danno ambientale, già grave di per sé, assume una dimensione ancora più inquietante nel contesto dell’attuale crisi climatica: le guerre accelerano e aggravano gli squilibri ecologici. Il diritto internazionale umanitario contempla la protezione dell’ambiente in tempo di guerra, ma spesso queste tutele restano teoriche: troppo vaghe, scarsamente applicate o ignorate sul campo. Così, a soffrire non sono soltanto le specie e gli habitat naturali, ma anche la salute umana e la sicurezza alimentare delle popolazioni coinvolte.
I danni dei bombardamenti
Tra le forme più distruttive di impatto ambientale ci sono i bombardamenti prolungati, che non solo distruggono edifici e vite umane, ma devastano le infrastrutture ecologiche. Le esplosioni liberano nell’aria e nel suolo polveri sottili, metalli pesanti e idrocarburi, trasformando le città in fonti di inquinamento atmosferico: altissime concentrazioni di PM₂.₅, monossido di carbonio, ossidi di azoto e altre sostanze nocive lo attestano. Gli incendi provocati dalle esplosioni — su foreste, impianti industriali o depositi — intensificano il rilascio di particolato e diossine.
Le acque reflue fuoriuscite da impianti danneggiati si mescolano ai detriti, contaminando falde e corsi idrici. Il suolo, avvelenato da materiali esplosivi, amianto, combustibili e scarti bellici, spesso diventa inutilizzabile per decenni. Infine, l’uso di armi pesanti in aree urbane o agricole distrugge habitat naturali, costringe la fauna alla migrazione e spinge comunità umane verso l’esodo.
Gaza e Ucraina: due tragiche dimostrazioni di ecocidio in corso
Nel caso della Striscia di Gaza, l’uso massiccio e prolungato di bombardamenti ha provocato un collasso ambientale senza precedenti. Secondo la World Health Organization (WHO), oltre 39 milioni di tonnellate di macerie tossiche sono state generate da edifici distrutti, spesso contenenti amianto, cemento, vetro e materiali chimici. A ciò si aggiungono circa 1.200 tonnellate di rifiuti solidi quotidiani che non possono essere smaltiti correttamente a causa del danneggiamento di impianti fognari e di trattamento delle acque reflue. Il risultato è un territorio contaminato, inquinato da acque non trattate e polveri sospese che minacciano suolo, falde acquifere e salute umana.
In Ucraina, la guerra ha avuto effetti simili ma su scala ancora più vasta. Secondo il progetto “Russia Will Pay” del KSE Institute, nei primi 15 mesi di guerra sono state liberate nell’atmosfera circa 1,2 milioni di tonnellate di inquinanti, tra cui fuliggine, metalli pesanti e sostanze organiche volatili. Le analisi ambientali condotte in aree come Kharkiv e Mykolaiv mostrano una forte contaminazione del suolo da idrocarburi policiclici aromatici (PAH), causata dagli incendi e dalla distruzione di impianti industriali. Anche qui, i bombardamenti hanno colpito serbatoi di carburante, centrali elettriche e depositi chimici, con ripercussioni gravi su aria, acqua e biodiversità.
Quale futuro ci attende?
Risulta evidente che in entrambi i conflitti, le armi non hanno solo colpito infrastrutture e civili, ma hanno anche inciso sull’ambiente in modi profondi e duraturi, perchè le conseguenze ambientali della guerra non sono sempre immediate. Le future generazioni si trovano a dover affrontare terreni contaminati, ecosistemi distrutti e risorse naturali esaurite. Ma la ricostruzione è spesso rallentata dalla necessità di bonificare il territorio e ripristinare gli ecosistemi interamente compromessi.
Quanto accaduto nei conflitti degli ultimi anni – la distruzione dei sistemi idrici e fognari, la diffusione di polveri tossiche e il rilascio di sostanze chimiche nell’aria – pone le basi per una crisi ambientale post-bellica di proporzioni ancora difficili da calcolare. È dunque essenziale integrare la protezione dell’ambiente nelle politiche di pace e di ricostruzione post-bellica.



Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?