La sera del 9 ottobre 1963, alle 22:39, una frana di proporzioni colossali precipitò nel bacino artificiale del Vajont, innescando uno dei disastri più drammatici della storia italiana. In pochi istanti, l’onda generata cancellò Longarone e numerosi paesi circostanti, causando la morte di 1.917 persone. Il Vajont è un torrente che scorre tra le valli di Erto e Casso, in provincia di Pordenone, per poi confluire nel Piave, di fronte a Longarone e Castellavazzo, in provincia di Belluno. Tra il 1957 e il 1963 la valle venne trasformata dalla costruzione di una diga a doppio arco, alta 261,6 metri e lunga 190 metri alla sommità: una delle più imponenti opere di ingegneria idraulica dell’epoca. L’obiettivo era creare un lago artificiale capace di contenere fino a 170 milioni di metri cubi d’acqua, destinato ad alimentare la centrale elettrica di Soverzene.
All’epoca, tuttavia, non esisteva alcuna normativa che imponesse una valutazione dettagliata della stabilità dei versanti destinati a ospitare invasi di tale portata. Solo nel 1959, dopo una frana avvenuta nel bacino idroelettrico di Pontesei, si decise di approfondire le indagini geologiche. Gli studi condotti dal geologo austriaco Leopold Müller, con la collaborazione degli italiani Edoardo Semenza e Franco Giudici, misero in luce un dato allarmante: sul versante Nord del monte Toc era presente una frana antica, già attivatasi in epoche preistoriche, che rischiava di muoversi di nuovo a causa dell’innalzamento delle acque.
Nonostante i segnali di instabilità, i lavori proseguirono. Nel marzo del 1960 apparve una lunga fessura sul fianco del monte, e nel novembre dello stesso anno una frana di 700 mila metri cubi provocò un’onda anomala di 10 metri. I tecnici disposero lo svaso del bacino, ma negli anni seguenti, con le nuove prove di invaso, i movimenti del terreno ripresero.
Alla fine di settembre 1963, la situazione peggiorò rapidamente: la frana avanzava di decine di cm al giorno. Il 9 ottobre, alle 22:39, l’intero versante del monte Toc – circa 270 milioni di metri cubi di roccia – scivolò nel lago a una velocità di 70-90 km/h. In meno di 20 secondi l’impatto generò un’onda di circa 50 milioni di metri cubi d’acqua, che superò la diga e si abbatté sulla valle del Piave.
Longarone fu rasa al suolo. Distrutti anche gli abitati di Pirago, Maè, Villanova, Rivalta, Frasèin, Col delle Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e parte di Erto. La potenza dell’acqua distrusse 2 km di ferrovia e 4 di strada statale. In pochi minuti, la valle del Vajont fu annientata.
Nei decenni successivi, lo Stato italiano spese oltre 986 milioni di euro (valore attualizzato al 2011) per la ricostruzione e il risarcimento dei danni. Nulla però poté restituire le quasi 2mila vite perdute, di cui circa 400 mai ritrovate.


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