Il diritto al consenso dei popoli indigeni in Sudafrica: tra tutela del territorio e sviluppo sostenibile

La partecipazione autentica e libera, preventiva e informata (FPIC) come strumento fondamentale per rispettare le aspirazioni indigene, contrastare le imposizioni estrattive e promuovere modelli di sviluppo compatibili con la cultura e l’ambiente

Il coinvolgimento attivo dei popoli indigeni nei processi decisionali che riguardano lo sviluppo e le attività estrattive sui loro territori non può essere ridotto a una mera formalità. La consultazione e la partecipazione devono essere strumenti autentici di consenso e non procedure burocratiche volte a legittimare decisioni già prese. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni impone agli Stati l’obbligo di consultare e cooperare in buona fede con le popolazioni indigene, attraverso le loro istituzioni rappresentative, al fine di ottenere il consenso libero, preventivo e informato (FPIC).

Secondo la dichiarazione, questo consenso è necessario in particolare per iniziative che impattano il diritto dei popoli indigeni alla terra, ai territori e alle risorse, o in caso di trasferimento forzato dalle loro terre.

L’esperienza di Mpondoland: tra custodia del territorio e sviluppo sostenibile

La comunità di Mpondoland, situata lungo la costa orientale del Sudafrica a circa 200 chilometri a sud di Durban, offre un esempio concreto di resistenza e visione alternativa. Gli abitanti locali attribuiscono lo stato incontaminato della loro regione alla loro custodia attiva del territorio. Pur desiderando lo sviluppo economico, lo vogliono alle loro condizioni, preferendo attività come il turismo sostenibile all’estrazione mineraria.

Secondo i residenti, la consultazione istituzionale appare sempre più come un mezzo per ottenere un’apparente legittimazione di progetti già pianificati. Invece di perseguire un autentico consenso, lo Stato sembrerebbe voler semplicemente informare le comunità di decisioni già prese. Questo approccio ha portato molti a chiedersi se il FPIC sia davvero uno strumento efficace o se stia diventando un esercizio vuoto.

Una pianificazione imposta dall’alto e il mancato ascolto delle comunità

A Mpondoland, le decisioni strategiche sul territorio vengono spesso prese a distanza, in ambienti istituzionali lontani e senza la partecipazione dei diretti interessati. Le comunità locali percepiscono questo modo di operare come un’imposizione che ignora le loro aspirazioni, spesso espresse attraverso i loro leader tradizionali.

Le conseguenze di questo metodo si sono tradotte in azioni che hanno generato divisioni interne. Il governo, secondo quanto riportato dalla comunità, avrebbe promesso posti di lavoro o distribuito beni e servizi solo a chi si dichiarava favorevole ai progetti estrattivi, come nel caso della miniera a Xolobeni, compromettendo così la coesione della comunità stessa.

Una relazione spirituale e sostenibile con la terra

Per gli indigeni, la terra non è solo un bene economico, ma una fonte di guarigione, spiritualità e sostentamento. Le aree naturali ospitano piante medicinali e spazi sacri utilizzati per cerimonie e pratiche culturali. La raccolta di erbe e materiali segue rituali precisi e sostenibili: ad esempio, la corteccia viene prelevata dal lato nord dell’albero per favorirne la rigenerazione.

Anche l’agricoltura locale si fonda su pratiche agroecologiche che rispettano gli equilibri ambientali. Le zone umide forniscono non solo acqua potabile, ma rappresentano anche aree di coltivazione strategiche in caso di siccità. La protezione degli ecosistemi garantisce la sicurezza alimentare e idrica per le generazioni future, dimostrando come le pratiche indigene siano soluzioni basate sulla natura per affrontare il cambiamento climatico.

Progetti estrattivi imposti e lotte per il diritto al rifiuto

La comunità di Amadiba, parte del territorio amaMpondo, ha affrontato numerosi progetti estrattivi negli ultimi 25 anni. Tra i primi vi è stata la proposta di una compagnia australiana, la Mineral Commodities Limited, per l’estrazione di titanio dalle dune costiere. I primi scavi sono stati mascherati da attività per migliorare l’approvvigionamento idrico, promessa mai mantenuta.

Nel progetto della N2 Wild Coast Toll Road, le consultazioni si sono svolte in luoghi non tradizionali come le scuole, eludendo i tribunali comunitari e generando opposizione. La comunità ha dovuto ricorrere ai tribunali dal 2012 per far valere il proprio diritto a essere ascoltata.

Nel 2021, senza alcuna comunicazione formale, i residenti hanno scoperto tramite i social media che il governo aveva autorizzato la Shell a condurre esplorazioni per petrolio e gas nelle loro acque. Questa mancanza di consultazione ha suscitato forti proteste per motivi spirituali e ambientali. La comunità ha vinto una causa legale che ha bloccato l’esplorazione.

Esclusione economica e diritti negati: il caso della riserva Mkambati

Un altro esempio di esclusione si è verificato quando un ente statale ha siglato un accordo con un’impresa turistica, il Gwe Gwe Beach Lodge Development, senza informare adeguatamente la popolazione. Questo ha comportato restrizioni di accesso a territori utilizzati per la pesca e il turismo comunitario, imponendo tariffe e controlli che penalizzano economicamente gli abitanti locali.

Questa vicenda ha sollevato preoccupazioni sul fatto che lo Stato stia progressivamente escludendo i popoli indigeni dalle opportunità economiche proprio sulle loro terre ancestrali.

Un nuovo futuro per il FPIC: autodeterminazione e rispetto

Per i popoli indigeni di Mpondoland, è fondamentale che Stato e aziende coinvolgano realmente le comunità locali prima dell’avvio di qualsiasi progetto. Le strategie di manipolazione e divisione devono cessare. Il consenso non può essere presunto o costruito con l’inganno: le comunità devono avere la possibilità di dire “No”.

Le decisioni devono essere guidate dalle visioni delle comunità indigene stesse, che hanno dimostrato nel tempo di essere i custodi più efficaci del territorio. Progetti estrattivi o infrastrutturali devono essere realizzati solo se approvati a larga maggioranza, e i soggetti coinvolti devono essere responsabili in caso di danni ambientali o sociali.

Secondo la comunità, quando lo Stato o gli investitori mentono o manipolano i processi di consenso, devono essere perseguiti legalmente. Solo così il consenso libero, preventivo e informato potrà essere effettivo e rispettato