Il leopardo indocinese rischia l’estinzione: sfide e speranze per la sua sopravvivenza

Con meno di mille esemplari rimasti e habitat sempre più frammentati, la specie rischia l’estinzione; nuove strategie di conservazione puntano a proteggere le ultime roccaforti nel Sud-est asiatico

Il leopardo indocinese (Panthera pardus delacouri), una sottospecie originaria del continente del Sud‑Est asiatico, è oggi classificata come in pericolo critico nella Lista Rossa IUCN. L’ultima valutazione stima tra 77 e 766 individui maturi nel mondo, evidenziando sia la rarità estrema della specie sia le grandi difficoltà di monitoraggio.

Secondo Gareth Mann, responsabile del programma sui leopardi presso l’ONG Panthera, stimare con precisione le popolazioni su scala vasta è quasi impossibile: i leopardi vivono in foreste fitte, molti sono melanici (le “pantere nere”) e i segni individuali sono visibili soltanto con luce ultravioletta.

Roccaforti minime: Thailandia e Malesia restano gli ultimi avamposti

Solo due aree forestali sono oggi considerate veri rifugi residui per questi felini: il Complesso Forestale del Tenasserim Settentrionale, lungo il confine tra Thailandia e Myanmar (incluso il Parco Nazionale di Kaeng Krachan), e la Malesia peninsulare. Un tempo presente anche in Cambogia orientale, quella popolazione è ormai considerata funzionalmente estinta, insieme a quelle del Vietnam e del Laos. Le cause sono riconducibili al bracconaggio, al commercio illegale e a una crisi delle trappole: si stima che circa 12 milioni di trappole siano disseminate nelle foreste protette di quei paesi.

Lo studio condotto da Susana Rostro‑García e colleghi, basato sulle fototrappole più vaste mai attuate nella regione, conclude che il leopardo indocinese oggi sopravvive solo nel 2‑6 % del suo areale storico, e che la sua prospettiva è “sempre più fosca”.

Rostro‑García sottolinea che la scomparsa del leopardo indocinese può avere effetti a cascata sull’ecosistema: essendo un predatore relativamente adattabile, la sua perdita potrebbe alterare la distribuzione e l’abbondanza di carnivori più piccoli e delle loro prede, provocando potenziali squilibri nella struttura dell’habitat.

Kaeng Krachan: tra fotografia, prede e habitat

Nel Parco Nazionale di Kaeng Krachan, i ranger e i ricercatori esaminano insieme, sullo schermo di un computer portatile, le immagini catturate dalle fototrappole. In quel territorio, i ranger percorrono piste sterrate, rimuovono ramoscelli e controllano radure. Spesso individuano ossa di cervo sambar, una preda fondamentale per il leopardo in queste zone. Chalong, capo ranger, descrive come l’area d’abbeverata – costruita una decina di anni fa – richiama ungulati e altri animali, offrendo occasioni di caccia.

Le iniziative per rinforzare le popolazioni di prede includono la creazione di praterie, la piantumazione di salicornie e la reintroduzione di specie come il cervo sambar in aree protette come Mae Wong, Khlong Lan e Salakpra. Parallelamente, gruppi come l’ONG Panthera e WWF stanno valutando quali territori offrano il maggior potenziale di conservazione e possibili corridoi tra queste aree critiche.

Mann osserva che la conservazione del leopardo va studiata in relazione anche alla presenza della tigre: con il recente successo nella protezione dei grandi felini, alcune tigri si stanno espandendo, il che può costringere i leopardi a spostarsi ai margini degli habitat. Tuttavia, ricerche condotte da WWF Thailandia suggeriscono che i leopardi possono ridurre la competizione con le tigri adattando la dieta (prediligendo prede più piccole) e scegliendo spazi diversi.

Commercio illegale, trappole e sfide per il recupero

Vicino a Kaeng Krachan, il santuario per fauna selvatica gestito da WFFT (Wildlife Friends Foundation Thailand) ospita cinque femmine di leopardo salvate dal commercio illegale. Il responsabile Tom Taylor segnala che molti leopardi vengono ancora catturati o uccisi per la loro pelle o per parti corporee, spesso in trappole destinate ad altre specie. Mann sottolinea che gran parte del declino del leopardo è indiretto: la domanda di altri prodotti selvatici finisce per colpire anche questi felini attraverso trappole incidentali, diminuzione del numero di prede o degrado dell’habitat.

Secondo Mann, rafforzare la sicurezza delle aree protette potrebbe essere uno degli interventi più efficaci in quella regione, ma la fitta vegetazione, la topografia montagnosa e l’estensione delle foreste complicano enormemente i controlli. Nel lungo periodo, il progresso dipenderà anche da una riduzione della domanda di animali selvatici e derivati.

Tra speranza e realtà: proteggere gli ultimi

Qualche spiraglio rimane, mantenere una visione cautamente speranzosa è possibile: esistono ancora vaste aree potenzialmente adatte all’espansione del leopardo, se opportunamente restaurate. Riguardo alla possibile reintroduzione nel Cambogia orientale, indica che il sito più promettente sarebbe probabilmente nelle pianure orientali del Paese (Eastern Plains), ma con la condizione imprescindibile di una forte diminuzione del bracconaggio.

Per ora, l’azione prioritaria è proteggere le popolazioni esistenti nei loro ultimi rifugi – in Thailandia, Myanmar e Malesia – e sostenere i ranger sul campo. Nel Parco di Kaeng Krachan, i ranger preferiscono non condividere fotografie dettagliate dei leopardi in comunità, per timore che i cacciatori ne sfruttino la localizzazione. Ma, secondo Chalong, oggi sono più selettivi con i visitatori e decidono di mostrare fotografie pubbliche con l’obiettivo di sensibilizzare la gente a proteggerli.

Mentre si ritirano nella mensa a consumare un pasto caldo, i ranger raccontano storie di incontri notturni con i leopardi. Poi proseguono il lavoro tra pioggia e foresta, consapevoli che ogni foto, ogni trappola disattivata e ogni dialogo con le comunità locali conta nella battaglia per salvare un fantasma della natura.