Italia ultima in Europa per auto elettriche: i motivi di un ritardo ideologico

Mentre altri Paesi del Sud Europa accelerano verso l’elettrico, l’Italia fatica a decollare a causa di barriere economiche, culturali e infrastrutturali

L’Italia continua a registrare una delle percentuali più basse in Europa per l’adozione di veicoli elettrici, nonostante un timido aumento nelle immatricolazioni negli ultimi mesi. Questo dato è spesso attribuito a una presunta diffidenza dei Paesi dell’Europa meridionale nei confronti della mobilità elettrica. Tuttavia, i numeri raccontano una realtà diversa: nel 2024, secondo l’E-Mobility Progress Report della Commissione Europea, il Portogallo ha superato il 19% di nuove immatricolazioni full electric (BEV), e Malta addirittura il 37,5%, tra i migliori in assoluto in Europa!

Tra i Paesi con le percentuali peggiori, la Spagna si attesta intorno al 5,5%, mentre l’Italia è ferma al 4,2%. Anche la Grecia, con un mercato più piccolo e meno risorse, registra percentuali superiori superando il 6%. Peggio dell’Italia in Europa soltanto la Bulgaria al 3,9%, la Slovacchia al 2,4% e la Croazia all’1,8%.

Il ritardo italiano emerge con ancora maggiore evidenza se si considera il confronto con i Paesi dell’Europa settentrionale. In Finlandia oltre il 29% e in Svezia si supera agevolmente il 35%. Il record è della Danimarca con addirittura il 51%, molto bene anche Paesi Bassi al 34,5% e Belgio al 28%. Si tratta di un divario strutturale che riflette non solo differenti politiche di incentivazione, ma anche una diversa visione strategica nella pianificazione della mobilità sostenibile.

grafico mobilità elettrica

Alla luce di questi dati, è evidente che i limiti italiani non possono essere spiegati con motivazioni climatiche o culturali legate alla posizione geografica. Piuttosto, il ritardo è da attribuire a fattori sistemici: una rete di ricarica ancora insufficiente, politiche incentivanti incoerenti o discontinue, scarsa informazione al consumatore e un’infrastruttura normativa che non favorisce l’adozione dell’elettrico. Se l’Italia intende allinearsi agli obiettivi europei di decarbonizzazione, sarà necessario un cambio deciso, non solo sul piano tecnologico, ma anche e soprattutto su quello politico e culturale.

Quali sono, dunque, i veri ostacoli alla diffusione dell’auto elettrica in Italia?

Accessibilità economica e pochi incentivi

Uno dei fattori principali è la struttura socio-economica italiana, caratterizzata da un reddito medio più basso rispetto a molti Paesi del Nord Europa, ma anche da un mercato dell’auto dominato dall’usato. Sebbene l’Italia e il Portogallo abbiano un potere d’acquisto simile, la gestione degli incentivi fa la differenza: in Portogallo esistono bonus fiscali stabili e cumulabili, anche per le auto aziendali, che rendono l’acquisto più accessibile.

In Italia, invece, senza incentivi generosi o stabili, le auto elettriche restano fuori portata per molte famiglie, soprattutto nelle regioni del Sud e nelle fasce con reddito medio-basso.

A differenza di Paesi come Francia, Spagna o Portogallo, l’Italia ha proposto negli anni incentivi spesso risultano complessi da richiedere e soggetti a esaurimento rapido dei fondi. Questa instabilità disincentiva gli acquisti. In altri paesi europei, invece, gli incentivi sono strutturati nel lungo periodo, estesi anche alle imprese e supportati da campagne informative, che in Italia sono pressoché assenti.

Mercato dell’usato elettrico poco sviluppato

In Italia, oltre il 50% delle auto vendute ogni anno è di seconda mano. Tuttavia, il mercato dell’usato elettrico è ancora poco sviluppato: nel 2025 rappresenta appena l’1% dei passaggi di proprietà.

Le cause principali sono:

  • offerta limitata,
  • diffidenza verso lo stato della batteria,
  • valore residuo incerto.

In altri paesi come Spagna o Norvegia, le flotte aziendali rinnovano frequentemente i veicoli elettrici, alimentando l’usato con modelli di qualità e garantiti, aumentando la fiducia dei consumatori.

Infrastrutture di ricarica inadeguate e disomogenee

La rete di ricarica in Italia è cresciuta, ma in modo molto disomogeneo:

  • il Nord è meglio servito,
  • il Sud e le aree rurali sono in forte ritardo,
  • le fast charge restano una piccola parte del totale.

Chi non può ricaricare a casa o in azienda trova l’uso quotidiano di un’auto elettrica impraticabile. In confronto, paesi come il Portogallo hanno investito in una rete capillare, anche in zone interne e poco popolate.

Cultura automobilistica conservatrice

L’Italia ha una cultura dell’auto profondamente radicata nel termico: molti automobilisti conservano l’auto per 10–15 anni, legandosi a modelli noti e affidabili. Questo rende difficile il passaggio a tecnologie nuove come l’elettrico.

Le principali preoccupazioni diffuse riguardano l’autonomia reale, la durata della batteria, i costi di manutenzione, la rivendibilità futura.

In altri Paesi del Sud Europa, come Grecia e Spagna, le istituzioni hanno investito in educazione alla mobilità sostenibile, rendendo il cambiamento più comprensibile e accettabile per i cittadini.

Una logica di acquisto difensiva

Il “parco auto” italiano è tra i più vecchi d’Europa: l’età media è di 13 anni (ACI, 2025), e oltre il 47% dei veicoli ha più di 15 anni.

Molti italiani cambiano auto solo quando è strettamente necessario. In questi casi, scelgono quasi sempre: auto usate, a combustione interna, con costi di gestione noti e contenuti.

Questa logica di acquisto “difensiva” è incompatibile con l’attuale offerta elettrica, spesso vista come costosa, incerta e tecnologicamente “troppo nuova”.

Non è una questione mediterranea

L’idea che i Paesi del Sud Europa siano “meno pronti” all’elettrico non regge. Il Portogallo è oggi il leader dell’e-mobility nel sud del continente. Anche la Spagna ha investito massicciamente nel piano MOVES III, che supporta l’acquisto di veicoli elettrici e lo sviluppo infrastrutturale. E Malta ha uno dei dati in assoluto più alti di tutto il Continente.

Anche la Grecia, pur partendo in ritardo, ha superato il 6% di immatricolazioni elettriche nel 2024 grazie a: incentivi fino a 9.000 euro per i BEV, esenzioni fiscali e parcheggi gratuiti e bonus regionali.

Serve un cambio di rotta: incentivi mirati e stabili, informazione capillare, supporto anche all’usato elettrico e una rete di ricarica equamente distribuita. Solo così l’Italia potrà colmare il divario con l’Europa e affrontare seriamente la transizione verso una mobilità a zero emissioni.