Negli ultimi anni, il legno è stato spesso presentato come una soluzione “verde”: un materiale naturale, rinnovabile, capace di immagazzinare carbonio. Ma un nuovo confronto pubblicato su Nature nel 2025 riaccende un antico dibattito: è davvero carbon neutral l’uso del legno? Tutto nasce da un lavoro di Liqing Peng e colleghi, che nel 2023 avevano stimato che il taglio del legno emette tra 3,5 e 4,2 gigatonnellate di CO₂ equivalente l’anno, un valore finora largamente sottostimato. Il loro modello, chiamato CHARM (Carbon Harvest Model), paragona le emissioni derivanti dal taglio con un’ipotesi di “non intervento umano”.
La replica degli economisti forestali
Un gruppo di studiosi guidato da Brent Sohngen (Ohio State University) ha subito criticato duramente questa metodologia. Secondo loro, il modello di Peng e Searchinger si basa su un “controfattuale senza taglio” irrealistico, che ignora il funzionamento reale dei mercati e delle pratiche forestali. Nel loro commento, gli autori sostengono che il sistema forestale, nel suo complesso, può essere carbon neutral: in ogni momento, esistono foreste giovani in crescita che assorbono CO₂ e foreste mature pronte per il taglio. Se la crescita e la raccolta si bilanciano, l’effetto netto sarebbe neutro per il clima.
Inoltre, ricordano che oltre il 40% del legname mondiale proviene da piantagioni create appositamente per la produzione: trattarle come “foreste naturali” nel modello CHARM, dicono, è fuorviante. Senza mercato, quelle foreste probabilmente non esisterebbero.
La contro-replica di Searchinger e Peng
La risposta di Timothy Searchinger (Princeton University) e colleghi ribalta la prospettiva. Paragonano l’errore dei loro critici a dire che “guidare un SUV è neutrale” perché qualcun altro guida un’auto più piccola. Secondo loro, confondere le emissioni effettive con le emissioni evitate è un errore concettuale gravissimo. Ogni tonnellata di CO₂ rilasciata dal taglio del legno va conteggiata rispetto a uno scenario di foresta intatta non rispetto a ciò che il mercato farebbe altrimenti.
Searchinger accusa inoltre i modelli economici come il Global Timber Model (GTM) di basarsi su assunzioni arbitrarie e persino su errori di calcolo. In alcuni casi, afferma, le stime della capacità del mercato del legno di “espandere le foreste” sarebbero sovrastimate di 75 volte rispetto ai dati originali.
Economia vs fisica: chi decide cosa è “neutrale”?
Il nodo centrale è filosofico oltre che tecnico: la neutralità carbonica deve essere calcolata secondo la fisica del carbonio (quanta CO₂ entra e quanta esce dall’atmosfera) o secondo l’economia dei mercati (quali alternative gli esseri umani sceglierebbero)? Gli economisti sostengono che i mercati e la gestione attiva delle foreste rendano il sistema sostenibile nel lungo periodo. I climatologi ribattono che ciò rischia di nascondere milioni di tonnellate di emissioni reali dietro simulazioni economiche ottimistiche.
La verità (ancora) nel bosco
Il dibattito tra scienziati e economisti dimostra che il rapporto tra legno e carbonio è tutt’altro che risolto. Le foreste sono sistemi complessi, dove biologia, economia e politica si intrecciano. Una cosa, però, appare chiara: non basta piantare alberi o contare i tronchi per capire se il legno è davvero amico del clima. Serve una contabilità trasparente, che non cancelli ciò che la fisica ci mostra: ogni albero tagliato cambia il bilancio del carbonio terrestre.


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