Lo studio “Direct evidence for processing Isatis tinctoria L., a non-nutritional plant, 32– 34,000 years ago”, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, ha riscontrato su ciottoli di pietra risalenti al Paleolitico superiore tracce di indigotina, un colorante blu derivato dalle foglie di Isatis tinctoria L., nota anche come guado, una pianta biennale appartenente alla famiglia delle Brassicaceae ed originaria del Caucaso. È la prima volta che viene identificata una molecola organica colorante, di origine vegetale, su reperti così antichi. Inoltre, è importante sottolineare come l’indigotina non sia un metabolita, ovvero non è presente in quanto tale nella pianta, ma si forma in seguito alla reazione tra l’ossigeno atmosferico e i precursori contenuti nelle foglie di Isatis tinctoria L.. Questo dimostra che questa pianta veniva intenzionalmente lavorata attraverso un processo complesso almeno 34mila anni fa, pur non essendo edibile.
Questa scoperta apre una finestra inedita sulla complessità delle interazioni tra i primi Homo sapiens e le risorse vegetali a loro disponibili, considerate non unicamente come fonte alimentare, ma anche per funzioni complesse quali la colorazione e l’utilizzo medicinale, essendo l’Isatis tinctoria L. storicamente nota per questi ultimi due scopi.
“Invece di considerare le piante solo come risorsa alimentare, come spesso si tende a fare – spiega Laura Longo, archeologa all’Università Ca’ Foscari Venezia, primo autore dello studio – questo studio ne evidenzia il ruolo all’interno di catene operative complesse, probabilmente legate alla trasformazione di materiali deperibili per il loro impiego in varie fasi della vita quotidiana dell’Homo sapiens di 34.000 anni fa. Il nostro approccio multianalitico apre nuove prospettive per comprendere la complessità tecnologica e culturale delle popolazioni del Paleolitico superiore, in grado di sfruttare con competenza una risorsa inesauribile, quella vegetale, consapevoli del loro potenziale”.
“Lo studio era inizialmente volto a chiarire la funzione degli strumenti di pietra – spiega Mauro Veronese, dottorando dell’Università di Padova e coautore della ricerca -. Le indagini microscopiche, condotte parallelamente dai ricercatori dei dipartimenti di Geoscienze dell’Università di Padova e da Ca’Foscari, hanno tuttavia rivelato inaspettatamente la presenza di residui blu, talvolta in forma fibrosa e associati a granuli di amido, concentrati soprattutto nelle aree degli strumenti che mostravano evidenti segni di usura. Le analisi spettroscopiche, condotte presso il laboratorio NOL (M. Veronese, A. Zoleo e M. Meneghetti) del dipartimento di Scienze chimiche dell’Università di Padova, hanno quindi permesso di caratterizzare ed identificare la natura chimica dei residui micrometrici blu, portandoci a questa affascinante scoperta”.
I dettagli dello studio
Una volta identificata la molecola responsabile del colore blu, si è presentata una nuova sfida: comprendere come e perché questi residui si trovassero su quegli strumenti.
Il progetto di ricerca si è quindi esteso all’analisi della porosità delle pietre, un fattore critico per la loro capacità di intrappolare e conservare residui biogenici. A tale scopo, sono stati analizzati sia frammenti microscopici degli originali strumenti archeologici che campioni più grandi utilizzati come repliche sperimentali tramite microtomografia a raggi X, sfruttando l’elevata risoluzione della luce di sincrotrone, grazie alle analisi condotte alla linea SYRMEP di Elettra Sincrotrone, a Trieste. L’analisi ha confermato la presenza di pori con volumetrie adatte a trattenere resti micrometrici.
Il team di Ca’ Foscari ha progettato quindi una serie di esperimenti replicativi di archeologia sperimentale. Innanzitutto, serviva reperire materie prime litiche compatibili con quelle utilizzate dagli abitanti paleolitici della grotta di Dzudzuana. I ciottoli sono stati raccolti da Nino Jakeli nel greto del fiume Nikrisi, che scorre direttamente sotto la grotta. In seguito, sono stati svolti esperimenti controllati per verificare la lavorabilità meccanica di diverse piante, incluse quelle usate per la produzione di fibre e quelle potenzialmente capaci di produrre indigotina.
Gli esperimenti si sono svolti per tre estati (il periodo di raccolta della pianta del guado) presso Corte Badin (Marano di Valpolicella, Verona), dove le piante di Isatis tinctoria sono state coltivate dall’agricoltore locale Giorgio Bonazzi e macinate con ciottoli selezionati. I materiali ottenuti sono stati utilizzati per costruire la collezione di confronto che ha permesso di riconoscere le tracce d’uso e soprattutto i residui vegetali.
Questo approccio interdisciplinare, meticoloso ed innovativo, è stato fondamentale per far luce su l’uso precoce di composti di origine vegetale nel Paleolitico, aprendo nuove prospettive sul comportamento complesso delle popolazioni umane preistoriche.



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