Le proiezioni sull’innalzamento del livello del mare di 30 anni fa erano vere? Uno studio ci rivela la risposta

I modelli climatici sviluppati negli anni ’90, nonostante la loro semplicità rispetto a quelli attuali, si sono dimostrati sorprendentemente affidabili. “Il vero banco di prova delle proiezioni climatiche è confrontarle con ciò che è realmente accaduto nel tempo. Ma per farlo servono pazienza e decenni di osservazioni,” spiega Torbjörn Törnqvist,

Sönke Dangendorf, co-autore dello studio e docente alla School of Science and Engineering della Tulane University, evidenzia un aspetto cruciale: tradurre le informazioni globali in previsioni su scala regionale, pensate per le comunità locali. “Il livello del mare non aumenta ovunque allo stesso modo: ci sono forti variazioni geografiche” spiega. Lo studio, in particolare, si è concentrato sulla variabilità regionale e sui processi che la guidano, utilizzando ampiamente i dati forniti dai satelliti NASA e dai programmi di monitoraggio oceanico della NOAA. “Continuare questi sforzi è oggi più che mai fondamentale — non solo per la scienza, ma per le decisioni concrete da prendere a favore delle popolazioni costiere”.

Satelliti e dati: una nuova era nella misurazione del livello del mare

La possibilità di misurare con precisione l’altezza della superficie oceanica è diventata realtà solo negli anni ’90, grazie al lancio dei primi satelliti dedicati. Da allora, è stato possibile osservare che il livello globale del mare è aumentato in media di circa 3 millimetri all’anno (circa un ottavo di pollice). Solo di recente, però, si è riusciti a rilevare che questo ritmo sta accelerando.

Nel 2024, un team della NASA ha dimostrato che il tasso di innalzamento del mare è raddoppiato negli ultimi 30 anni. Questo ha rappresentato il momento ideale per confrontare tali dati con le proiezioni fatte nel 1996, prima che i dati satellitari fossero disponibili.

Le previsioni dell’IPCC: giuste, ma con qualche sottovalutazione

Il Rapporto del 1996 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) prevedeva un aumento di circa 8 centimetri del livello medio globale del mare entro 30 anni — una stima molto vicina ai 9 centimetri effettivamente registrati. Tuttavia, il rapporto sottostimava l’impatto della fusione delle calotte glaciali, soprattutto in Antartide e Groenlandia, per oltre 2 centimetri.

All’epoca, la scienza non aveva ancora compreso appieno l’influenza delle acque oceaniche più calde nel destabilizzare i ghiacciai antartici dal basso, né aveva previsto quanto rapidamente il ghiaccio groenlandese avrebbe iniziato a riversarsi nell’oceano.

Il futuro: tra incertezze e rischi da non sottovalutare

Queste difficoltà passate nel prevedere il comportamento delle calotte glaciali rappresentano un campanello d’allarme per il futuro. Le attuali proiezioni considerano anche scenari meno probabili ma potenzialmente catastrofici, come il collasso accelerato delle calotte glaciali entro fine secolo.

Un evento di questo tipo avrebbe conseguenze devastanti, soprattutto per le aree costiere basse degli Stati Uniti. Per questo motivo, la comprensione dei meccanismi in gioco e il miglioramento continuo dei modelli sono essenziali per prepararsi in modo adeguato.

Lo studio è stato condotto con la collaborazione di ricercatori dell’Università di Oslo e del Jet Propulsion Laboratory della NASA presso il Caltech.