L’Italia spegne le stelle: “cancellare il cielo” tra sprechi e LED selvaggi

Tra sprechi di energia e assenza di regole, il "buio" scientifico è il prezzo che paghiamo per una luce pubblica senza controllo

L’inquinamento luminoso, quel velo sempre più fitto che ci impedisce di ammirare la volta celeste, non è solo un problema per gli astronomi, ma un’enorme falla negli sprechi pubblici e un sintomo di una gestione inefficiente dell’energia. Un recente approfondimento intitolato “Cancellare il cielo“, pubblicato sul blog “Asteroidi e dintorni” da Albino Carbognani, ricercatore dell’INAF-Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio di Bologna, getta luce su una situazione italiana ancora critica, aggravata paradossalmente dall’introduzione delle più moderne tecnologie LED.

L’inquinamento luminoso consiste principalmente nella dispersione della luce artificiale pubblica nell’ambiente, con conseguente illuminazione del cielo notturno e degli spazi privati“, spiega Carbognani. Contrariamente a quanto si possa pensare, combatterlo non significa “ritornare alle strade buie come nel medioevo“, ma piuttosto “eliminare una parte degli sprechi di denaro pubblico che paghiamo con le tasse illuminando le strade nel modo corretto“.

Un salasso energetico

Dal punto di vista economico ed energetico, la dispersione luminosa è un salasso ingiustificato. Una quota significativa di elettricità viene impiegata per illuminare zone che non ne avrebbero bisogno, un fatto che appare ancora più insensato alla luce dei “recenti rincari del costo del kilowattora“.

Se l’Italia adottasse sistemi per limitare l’inquinamento luminoso, il risparmio sarebbe colossale: si parla di circa il 50% del consumo energetico per l’illuminazione pubblica. Questo si tradurrebbe in “circa un miliardo di € in più all’anno a disposizione per il welfare state“. Addirittura, “alcune esperienze italiane hanno dimostrato che, con sistemi avanzati come l’illuminazione adattiva, il risparmio può arrivare fino al 60–80%“.

Nonostante la crescente consapevolezza del problema, il nostro Paese arranca. L’Italia consuma circa 6.000 GWh all’anno, con un consumo medio pro capite di 100 kWh all’anno, “circa il doppio della media europea“. La causa principale di questa anarchia luminosa risiede nell’assenza di una norma unica: “Purtroppo, nel nostro paese non esiste una legge nazionale contro l’inquinamento luminoso, tutto è demandato alle Regioni che vanno in ordine sparso e in diversi casi non si sono dotate di leggi apposite“.

Il paradosso dei LED: più efficienza, più luce dispersa

La transizione tecnologica dai vecchi sistemi a lampade al sodio ai moderni sistemi a LED, anziché rappresentare una svolta ecologica, sta diventando il veicolo di un ulteriore peggioramento. “Il passaggio dall’illuminazione con lampade al sodio a quella con sistemi a LED, invece di essere un’occasione per ridurre l’inquinamento luminoso, sta diventando la via maestra per aumentarlo“, afferma il ricercatore.

La ragione è semplice: l’alta efficienza dei LED spinge le amministrazioni a mantenere, o addirittura aumentare, la potenza luminosa. La logica è quella di “illuminare a giorno le strade pur spendendo comunque meno di prima“. Alla base di questa scelta vi è una convinzione dura a morire: “La falsa equazione più luce = più sicurezza percepita appare inossidabile“.

Il caso di Loiano

A dimostrazione di questo paradosso, il ricercatore presenta il caso del Comune di Loiano, sull’Appennino bolognese, sede di un’importante struttura scientifica. Loiano ospita la Stazione Astronomica di Loiano, gestita dall’INAF, che vanta il telescopio “G. D. Cassini”, il secondo strumento per diametro in Italia, oltre al sistema TANDEM per la sorveglianza spaziale. Sebbene queste strutture professionali dovrebbero beneficiare di una zona di protezione di 25 km, la realtà è ben diversa.

Nel 2024, il Comune è passato dall’illuminazione al sodio ai LED, e i risultati per il cielo notturno sono stati drammatici. Carbognani ha condotto un’analisi comparativa incrociando vecchie misure di brillanza del fondo cielo (luminosità) del 2015 con nuove misurazioni effettuate nel 2025 (dopo l’installazione dei LED).

Le misure di brillanza sono espresse in magnitudini per secondo d’arco quadrato, dove valori più alti indicano minore inquinamento luminoso. Nel 2015, il cielo di Loiano era paragonabile a quello dell’Osservatorio Astronomico della Valle d’Aosta, pur essendo quest’ultimo a quota più elevata.

Il confronto è impietoso: “Nel 2025 invece, dopo il passaggio ai LED, la situazione del cielo di Loiano appare nettamente peggiorata“. A distanza di un decennio, l’inquinamento luminoso “è aumentato di una percentuale compresa fra il 70% e il 90%“.

Questo studio sul campo “conferma, per altra via, l’aumento dell’inquinamento luminoso dovuto ai lampioni pubblici di Loiano e dintorni dopo la transizione ai LED“.

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L’aumento della brillanza di fondo cielo per la Stazione Astronomica di Loiano (pallini rossi) nell’arco di 10 anni. I pallini blu sono la brillanza di fondo cielo misurata all’Osservatorio Astronomico della Valle d’Aosta. Nel 2015 l’illuminazione pubblica di Loiano era basata su lampade al sodio, mentre nel 2024 si è avuto il passaggio ai LED

Il caso di Loiano non è isolato, ma emblematico di un’inerzia normativa e di una miopia gestionale che, oltre a privarci dello spettacolo del cosmo e a sprecare risorse preziose, mette a rischio il lavoro stesso delle nostre eccellenze scientifiche. L’Italia ha le tecnologie per illuminare in modo intelligente ed economico, manca solo la volontà politica di cancellare l’inquinamento luminoso. La sfida non è solo economica o ambientale, ma culturale: tutelare il cielo è tutelare la nostra capacità di fare scienza e di interrogarci sull’universo.