Macachi dalla coda lunga in pericolo: tra commercio illegale, lobbying e sfruttamento digitale

Nonostante le pressioni dell’industria biomedica statunitense, l’IUCN conferma lo status di specie in pericolo per il macaco dalla coda lunga. Un commercio multimilionario, tra bracconaggio, allevamenti sospetti e campagne diffamatorie, ne sta accelerando il declino

Il macaco dalla coda lunga (Macaca fascicularis), una delle specie di primati più utilizzate nella ricerca biomedica, è oggi al centro di un sistema internazionale di sfruttamento. In particolare, allevamenti situati in Cambogia, Laos e Vietnam – formalmente registrati come centri per la riproduzione in cattività – sono stati più volte accusati di riciclare animali catturati in natura, alimentando un traffico illegale che muove milioni. I dati mostrano che dopo lo stop dell’export cinese nel 2020, la Cambogia ha raddoppiato le esportazioni verso i laboratori occidentali. Tuttavia, secondo le indagini, l’offerta ufficiale non coincideva con i numeri delle esportazioni, suggerendo un prelievo diretto dalle foreste. Nel 2022, anche i procuratori statunitensi hanno accusato funzionari cambogiani di complicità nel bracconaggio e nella vendita illegale. Eppure, nonostante l’evidenza, nessun provvedimento è stato preso in Cambogia, e le esportazioni proseguono.

La scienza conferma: la specie è in pericolo

A fronte di questo contesto, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha deciso di confermare lo status di in pericolo per la specie, rigettando la richiesta della lobby biomedica statunitense di declassarla. La National Association for Biomedical Research (NABR) aveva contestato l’inserimento del macaco nella Lista Rossa nel 2022, sostenendo conflitti d’interesse nella valutazione scientifica. Tuttavia, la nuova analisi dell’IUCN pubblicata il 10 ottobre 2025 ha confermato il calo drammatico delle popolazioni selvatiche – fino al 70% negli ultimi trent’anni – e ha respinto ogni accusa. “Sono felice che la scienza abbia prevalso” ha dichiarato la ricercatrice Malene Friis Hansen, coautrice della valutazione, “ma non lo sono nel vedere una specie sinantropica, così adattabile, spinta sull’orlo dell’estinzione

Oltre i laboratori: i pericoli del web e della disinformazione

Al commercio per la ricerca si affiancano altre gravi minacce: la crescente popolarità del macaco come animale da compagnia, la produzione di contenuti abusivi sui social e la crescente ostilità pubblica nei confronti della specie. Video che ritraggono macachi vestiti, addestrati o torturati sono diffusi su piattaforme globali come TikTok, Facebook e YouTube, spesso senza moderazione. Secondo Hansen, “le grandi piattaforme devono essere ritenute responsabili per i contenuti violenti sugli animali, così come chi li produce e ne trae profitto” Anche nei paesi di origine, come Indonesia e Thailandia, campagne diffamatorie locali dipingono i macachi come parassiti, contribuendo alla percezione che la specie sia abbondante, mentre le popolazioni nelle foreste scompaiono. L’espansione urbana e la deforestazione li hanno spinti verso ambienti umani, alimentando conflitti e fraintendimenti.

Pressioni politiche e mancate protezioni legali

Negli Stati Uniti, la NABR ha esercitato forti pressioni per evitare ulteriori tutele legali, riuscendo a impedire che il macaco dalla coda lunga venisse protetto dall’Endangered Species Act, nonostante una petizione formale della PETA. La stessa NABR è fortemente intrecciata con le principali aziende acquirenti di primati, come Charles River Laboratories e Inotiv, entrambe oggetto di indagini federali. Anche la CITES, l’ente internazionale per la regolamentazione del commercio di specie minacciate, ha evitato di sospendere le esportazioni cambogiane, nonostante prove di irregolarità. Un punto critico sollevato dalla comunità scientifica resta: se le aziende dichiarano di utilizzare solo esemplari allevati legalmente, perché temere una classificazione più severa della specie? La risposta sembra essere nella fragilità del sistema di tracciabilità, che permette al traffico illegale di continuare indisturbato, sostenuto da profitti altissimi e da complicità istituzionali.