Dopo la notte di fuochi d’artificio per il Diwali, la capitale indiana, New Delhi, si è svegliata avvolta da una fitta coltre di inquinamento atmosferico. Secondo i dati di IQAir, società svizzera specializzata nel monitoraggio della qualità dell’aria, le concentrazioni di microparticelle PM2,5, le più pericolose perché possono diffondersi nel sangue, hanno raggiunto gli 846 microgrammi per metro cubo in alcune zone, oltre 56 volte il limite massimo giornaliero raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Poche ore dopo, i livelli sono scesi a 320 microgrammi per metro cubo, comunque 23 volte sopra il limite OMS.
L’inquinamento deriva dai razzi pirotecnici esplosi durante le celebrazioni, dalle emissioni industriali, dal traffico e dai roghi agricoli. La situazione peggiora ogni inverno, quando l’aria fredda resta intrappolata sotto strati più caldi, formando una “copertura” che impedisce la dispersione delle sostanze tossiche.
Il governo ha adottato misure emergenziali, tra cui l’assicurazione di energia elettrica costante per limitare l’uso di generatori diesel e, per la prima volta, l’inseminazione delle nuvole tramite aerei per provocare pioggia e ridurre la nebbia tossica. L’inquinamento atmosferico rimane un killer silenzioso: uno studio pubblicato su The Lancet ha stimato 1,67 milioni di morti in India nel 2019 attribuibili a tumori, malattie respiratorie e cardiovascolari legate alla cattiva qualità dell’aria.


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