Nuovo studio smentisce: la Terra non sta vivendo una nuova estinzione di massa

Un’analisi di 500 anni di dati ribalta una delle convinzioni più diffuse nella biologia: il tasso di estinzione delle specie non sta accelerando, ma è in diminuzione da un secolo

Per decenni, i biologi hanno avvertito che il pianeta era entrato in una nuova “estinzione di massa”, la 6ª nella storia della Terra, paragonabile a quella che 66 milioni di anni fa spazzò via i dinosauri. Ma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society of London introduce una prospettiva sorprendente: le estinzioni, lungi dall’aumentare vertiginosamente, avrebbero raggiunto il loro picco circa un secolo fa, e da allora sarebbero in costante declino. La ricerca, condotta da Kristen Saban e John Wiens del Dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva dell’Università dell’Arizona, ha analizzato dati relativi a quasi 2 milioni di specie di piante e animali, individuando 912 specie effettivamente estinte negli ultimi 500 anni.

Il risultato è stato inatteso: non solo i tassi di estinzione non stanno crescendo, ma le cause alla base della scomparsa delle specie sono cambiate radicalmente nel tempo.

Dalle isole ai continenti: cambiano i colpevoli

All’inizio dell’epoca moderna, tra il 1500 e il 1900, le principali vittime furono le specie insulari – uccelli, molluschi e piccoli mammiferi – sterminate da specie invasive introdotte involontariamente dagli esseri umani. Ratti, capre e maiali portati nelle isole del Pacifico o dei Caraibi devastarono ecosistemi che non avevano difese contro predatori sconosciuti. Oggi, invece, il quadro è molto diverso. Le estinzioni più gravi si registrano nei continenti, soprattutto in ambienti d’acqua dolce, e il principale nemico della biodiversità è la distruzione degli habitat naturali, foreste abbattute, fiumi inquinati, spazi naturali frammentati.

Sorprendentemente, lo studio non ha trovato prove che il cambiamento climatico abbia finora causato un incremento diretto delle estinzioni, sebbene rappresenti una minaccia incombente per il futuro. Come sottolinea Wiens, “questo non significa che il clima non sia un problema, ma solo che le estinzioni passate non riflettono le sfide che le specie affrontano oggi”.

Un mito da rivedere: la “6ª estinzione di massa”

Molte previsioni catastrofiche si basano sull’idea secondo cui tassi di estinzione recenti possano essere proiettati nel futuro come se le dinamiche non cambiassero nel tempo. Come spiega Saban, “è problematico estrapolare modelli di estinzione passati al futuro, perché i fattori stanno cambiando rapidamente, in particolare per quanto riguarda la perdita di habitat e i cambiamenti climatici”.

La ricerca evidenzia come le ondate di estinzione abbiano avuto cause e geografie differenti nel corso dei secoli, e che i modelli “universali” spesso ignorano queste variazioni. Lo studio evidenzia che i tassi di estinzione non stanno accelerando, ma anzi sono diminuiti significativamente nell’ultimo secolo.

Segnali di speranza

Tra le ragioni di questa inversione di tendenza c’è un dato incoraggiante: la conservazione funziona. Gli investimenti nella tutela della fauna e nella protezione degli habitat, dai parchi naturali ai programmi di reintroduzione di specie, hanno avuto effetti misurabili.

Gli autori ricordano che migliaia di specie considerate “minacciate” secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature) devono la loro sopravvivenza agli sforzi di conservazione globale. Tuttavia, avvertono: la diminuzione delle estinzioni non è un segnale di vittoria, ma un invito a continuare sulla stessa strada con maggiore precisione scientifica.

Saban ha affermato di non volere che lo studio “sia interpretato come una concessione di carta bianca” per suggerire che l’attività umana non rappresenti una minaccia significativa e urgente per molte specie. “La perdita di biodiversità è un problema enorme in questo momento, e penso che non abbiamo ancora visto il tipo di effetti che potrebbe avere“, ha affermato. “Ma è importante che ne parliamo con accuratezza, che la nostra scienza sia rigorosa nel modo in cui siamo in grado di descrivere queste perdite e prevenirne di future“.

Un nuovo modo di guardare alla biodiversità

Lo studio di Saban e Wiens non nega la crisi ecologica in corso, ma invita a un cambio di paradigma: più che parlare di “estinzione di massa”, è necessario comprendere le dinamiche storiche e i nuovi driver di rischio. Il messaggio è duplice: da un lato, non stiamo (ancora) vivendo un collasso ecologico globale; dall’altro, non possiamo permetterci di abbassare la guardia.

Come conclude Saban: “Se diciamo che ciò che sta accadendo in questo momento è come un asteroide che colpisce la Terra, allora il problema diventa insormontabile“, ha affermato. “Esaminando i dati in questo modo, speriamo che il nostro studio contribuisca a migliorare la nostra comprensione generale della perdita di biodiversità e a trovare modi migliori per affrontarla“.

La ricerca non racconta una favola ottimista, ma offre una lezione di realismo scientifico: la storia delle estinzioni non è una linea retta verso la catastrofe, ma una curva complessa in cui l’azione umana può fare – e sta facendo – la differenza.