Thailandia: prorogata fino al 2048 la più grande fonte di CO₂ del Paese

Nonostante i piani di dismissione, la centrale elettrica a carbone di Mae Moh resterà operativa per altri decenni. La decisione mina gli impegni della Thailandia sull’accordo di Parigi e aggrava una crisi ambientale e sanitaria che colpisce decine di migliaia di persone, mentre le comunità locali denunciano decenni di malattie, inquinamento e mancate tutele

La Thailandia ha deciso di posticipare la dismissione di alcune unità a carbone della centrale elettrica di Mae Moh, nella provincia di Lampang. Le unità 8 e 11 rimarranno attive fino al 2031, mentre le unità 12 e 13 verranno ristrutturate per operare fino al 2048. La centrale, alimentata dalla miniera di lignite locale, è la più grande fonte di CO₂ del Paese. Questa decisione, annunciata dal Comitato nazionale per la politica energetica, contrasta con gli impegni internazionali della Thailandia sull’ambiente e mina gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, mentre le energie rinnovabili crescono lentamente e i combustibili fossili continuano a dominare il mix energetico (85% nel 2024).

Inquinamento atmosferico e salute pubblica

Le emissioni della centrale includono CO₂, NO₂, SO₂, mercurio, piombo, metalli pesanti e PM2.5, con gravi conseguenze per la salute: malattie respiratorie, cardiovascolari, neurologiche, cancro e morte prematura. L’UNICEF ha segnalato che oltre 13 milioni di bambini in Thailandia sono esposti a un’aria pericolosa. I dati satellitari indicano che l’inquinamento da NO₂ si è diffuso su più di 18.000 chilometri quadrati nel nord del Paese. Nonostante l’EGAT abbia installato tecnologie per ridurre alcune emissioni, Mae Moh continua a essere la centrale più inquinante della Thailandia, e non esistono limiti nazionali per le emissioni di mercurio.

Dubbi sull’effettiva dismissione e conflitti di interesse

L’EGAT afferma che l’intero impianto sarà chiuso entro il 2050, ma i residenti e gli attivisti restano scettici. La centrale ha un ruolo centrale nella produzione energetica nazionale, coprendo nel 2021 circa il 50% della domanda nel nord del Paese. Alcune unità usano ancora tecnologia subcritica poco efficiente. I residenti temono che, dopo l’esaurimento della miniera di lignite, il progetto ferroviario Den Chai–Chiang Rai–Chiang Khong possa servire a importare carbone, prolungando ulteriormente l’attività della centrale. La crescente connessione infrastrutturale tra le province del nord e il Laos potrebbe sostenere questa possibilità.

Resistenza locale e lotta per la giustizia ambientale

La popolazione locale convive da decenni con l’inquinamento e le sue conseguenze. Una lunga battaglia legale ha portato, nel 2015, a una sentenza definitiva della Corte Suprema che ha ordinato il trasferimento dei residenti entro 5 km dalla centrale e il pagamento di risarcimenti, sebbene più di 30 dei ricorrenti fossero già deceduti. Test medici indipendenti condotti su 130 residenti hanno rilevato casi diffusi di pneumoconiosi. Le comunità denunciano inquinamento dell’aria, dell’acqua e dell’intero ecosistema, e chiedono misure più rigorose di bonifica, risarcimento e assistenza sanitaria.

Silenzio istituzionale e responsabilità future

Nonostante le critiche crescenti, l’EGAT non ha fornito risposte alle domande poste da Mongabay tramite telefono, e-mail e lettere formali. Intanto, la bozza di legge sull’aria pulita in Thailandia resta bloccata in parlamento, rallentata da turbolenze politiche e tensioni regionali. Le emissioni della centrale non solo continuano a compromettere la qualità dell’aria locale, ma contribuiscono anche all’inquinamento transfrontaliero. Secondo gli attivisti, estendere la vita della centrale contraddice l’idea di una transizione giusta ed evidenzia il conflitto tra interessi economici, ambientali e sanitari in un contesto sempre più urgente di crisi climatica.