Oggi, 10 novembre 2025, si apre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, la 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), che proseguirà fino al 21 novembre. Migliaia di diplomatici, scienziati e rappresentanti della società civile si riuniscono con un obiettivo chiaro: trasformare gli impegni presi negli ultimi decenni in azioni concrete per ridurre le emissioni di gas serra e affrontare l’emergenza climatica.
L’Amazzonia, simbolo e sfida globale
La scelta di Belém come sede non è casuale. Situata ai margini della più grande foresta pluviale del pianeta, la città rappresenta un luogo emblematico per la lotta al cambiamento climatico. L’Amazzonia svolge infatti un ruolo cruciale come “pozzo di carbonio”, ma è anche una delle aree più esposte alla deforestazione e agli effetti del riscaldamento globale. Il governo brasiliano, che presiede quest’anno la conferenza, ha voluto imprimere un’impronta locale ma dal significato universale: il programma di COP30 ruota attorno a 30 obiettivi d’azione, ciascuno seguito da un gruppo di lavoro, o “mutirão”, termine indigeno che significa “sforzo collettivo”. L’intento è sottolineare l’importanza della partecipazione di tutti, dalle comunità indigene ai settori economici, per costruire un futuro sostenibile.
I negoziatori sono chiamati a rivedere i piani nazionali di riduzione delle emissioni (NDCs) e a colmare il divario di ambizione: per mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C, le emissioni globali dovrebbero diminuire del 60% entro il 2030, mentre gli attuali impegni garantirebbero solo una riduzione del 10%.
Finanziamenti e cooperazione: la sfida dei trilioni
Tra i temi centrali di COP30 figura la finanza climatica. Il cosiddetto Baku-to-Belém Roadmap Report propone di mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere la transizione verso economie più pulite e resilienti. Il piano prevede, tra l’altro, il rafforzamento dei fondi multilaterali sul clima, nuove forme di tassazione per le attività inquinanti e la conversione del debito sovrano in investimenti verdi, una misura che potrebbe liberare fino a 100 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo.
Adattamento e giustizia climatica
Un altro pilastro della conferenza è l’adattamento. Attualmente, 172 Paesi dispongono di almeno un piano nazionale per l’adattamento, ma oltre un terzo risulta obsoleto. COP30 punta ad approvare 100 indicatori globali per monitorare i progressi e rendere le politiche più efficaci e trasparenti.
Parallelamente, prosegue il lavoro sul Just Transition Work Programme, che mira a garantire che la transizione ecologica non aumenti le disuguaglianze sociali. Diverse organizzazioni chiedono l’istituzione di un “Belém Action Mechanism” per coordinare gli sforzi e facilitare l’accesso ai finanziamenti e alle tecnologie da parte dei Paesi più vulnerabili.
Dalla diplomazia all’azione
Da Kyoto a Parigi, fino a Dubai e Baku, le COP hanno rappresentato tappe fondamentali nel percorso internazionale per contenere il riscaldamento globale. Proprio a Parigi, nel 2015, è stato stabilito l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura “ben al di sotto dei 2°C”. Negli ultimi anni, i Paesi hanno inoltre concordato di triplicare la capacità globale di energia rinnovabile entro il 2030 e di aumentare i fondi per la finanza climatica fino a 300 miliardi di dollari l’anno.
A Belém, l’obiettivo è consolidare questi impegni e trasformarli in risultati tangibili. La COP30 non è soltanto una conferenza, ma un banco di prova per la credibilità della cooperazione internazionale.


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