Clima: battaglia aperta alla COP30 in Amazzonia

Nonostante la volontà di agire, il ritmo del cambiamento è ritenuto troppo lento

La 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP30), apertasi a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, ha immediatamente evidenziato una netta divisione tra i Paesi riguardo l’urgenza e gli strumenti per affrontare il riscaldamento globale. La conferenza, ospitata per la prima volta in Amazzonia, ha riunito meno partecipanti delle edizioni precedenti, ma ha messo in luce temi critici e contrasti di vecchia data.

Obiettivi sfumati e progressi lenti

Nonostante la volontà di agire, il ritmo del cambiamento è ritenuto troppo lento. Un piccolo passo avanti è stato accolto positivamente, con le ultime roadmap climatiche che portano la riduzione delle emissioni al 12% entro il 2035, un miglioramento rispetto al 10% precedentemente annunciato, ma ancora lontano dall’obiettivo.

L’allarme più pressante arriva dagli scienziati: il superamento della soglia di 1,5°C, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi, è giudicato “quasi inevitabile” a breve termine. Questo fallimento è una questione di “sopravvivenza” per le nazioni più vulnerabili, come i piccoli arcipelaghi minacciati dall’innalzamento del livello del mare.

Il nodo fossile e i fondi

I negoziati si concentrano su impegni più concreti: la richiesta dell’ONU è di aumentare gli sforzi per abbandonare le energie fossili, sviluppare le rinnovabili e onorare i fondi promessi ai Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, l’abbandono di petrolio, gas e carbone è il punto più controverso.

Mentre i gruppi di piccole isole cercano di inserire nell’agenda una discussione sul fallimento del limite di 1,5°C, Paesi come il blocco arabo si oppongono, temendo un attacco diretto all’industria petrolifera. Un ulteriore elemento di incertezza riguarda la “tabella di marcia” sulle energie fossili presentata dal Brasile: resta da vedere se si tradurrà in una decisione negoziata e vincolante o in impegni volontari meno cogenti.

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