Negli ultimi anni, con il verificarsi di eventi meteorologici estremi con frequenza crescente, gli scienziati hanno cercato nel caotico sistema atmosferico indizi che potessero migliorare le capacità di previsione, fattori come l’ENSO, il ghiaccio marino, il vortice polare stratosferico e l’attività convettiva tropicale. Questi fattori forniscono una base fondamentale per le previsioni meteorologiche e climatiche su diverse scale temporali. Le anomalie in questi fattori sono spesso strettamente correlate al verificarsi di eventi meteorologici estremi. Tuttavia, quando si tracciano le cause di uno specifico evento estremo, si rischia di cadere nella trappola di equiparare “pattern generali” a “ruoli specifici”, semplificando così eccessivamente la vera causalità complessa?
Nell’estate del 2021, il Pacifico nordoccidentale ha vissuto una delle ondate di calore più intense mai registrate. Nella British Columbia canadese, a una latitudine superiore a quella di Mohe, in Cina, le temperature hanno raggiunto quasi i +50°C, circa 20°C in più rispetto alla media stagionale, innescando enormi incendi e vittime.
Un fenomeno degno di nota è stata la comparsa di una fascia di pioggia insolitamente intensa che si estendeva dalla Cina meridionale al Giappone nella regione monsonica asiatica circa una settimana prima dell’ondata di calore. Ciò ha scatenato un ampio dibattito nella comunità scientifica: questa lontana attività monsonica è stata uno dei “motori dietro le quinte” dell’ondata di calore nordamericana?
Il Dott. Peiqiang Xu e il Dott. Lin Wang del Monsoon System Research Center presso l’Istituto di Fisica Atmosferica dell’Accademia Cinese delle Scienze, in collaborazione con studiosi dell’Università di Exeter, dell’Università di Oxford, dell’Università di St. Andrews, dell’Università Sun Yat-sen e di altre istituzioni, hanno fornito una risposta dettagliata a questa controversa domanda nel loro ultimo studio pubblicato su Geophysical Research Letters.
Lo studio
Lo studio ha rilevato che, sulla base di analisi statistiche ed esperimenti numerici che utilizzano lo stato climatico storico, un’attività monsonica estiva asiatica simile a quella di fine giugno 2021 indurrebbe tipicamente un effetto di raffreddamento sul Pacifico nordoccidentale, riducendo così la probabilità di un’ondata di calore. Tuttavia, l’analisi delle condizioni effettive del 2021 e i test effettuati utilizzando modelli di previsione operativa hanno mostrato che questa particolare attività monsonica ha invece prodotto un effetto di riscaldamento, esacerbando l’intensità dell’ondata di calore.
Perché si è verificato questo risultato apparentemente contraddittorio? Lo studio sottolinea che la chiave risiede nella particolare circolazione atmosferica di fondo di quell’anno. Nel giugno 2021, la corrente a getto del Pacifico era insolitamente forte e posizionata più a nord, agendo come una “guida d’onda atmosferica” più efficiente che ha indirizzato l’energia delle onde di Rossby agitate dal monsone verso il Nord America, formando infine un sistema di alta pressione di blocco insolitamente stabile sulla regione. Quando i ricercatori hanno confrontato il campo di flusso di base di un modello ideale con lo stato reale del 2021, l’impatto del monsone sul clima nordamericano si è effettivamente invertito, passando dal consueto “raffreddamento ciclonico” a un “riscaldamento anticiclonico“.
Lo studio ha inoltre evidenziato che l’andamento spaziale dell’attività monsonica asiatica a fine giugno 2021 era molto complesso, non assomigliando al tipico andamento anomalo degli anni precedenti. Conteneva simultaneamente molteplici centri convettivi attivi e soppressi. Se si dovesse dedurre il suo impatto sull’ondata di calore basandosi esclusivamente su un singolo andamento monsonico “classico” o su un singolo centro convettivo, si commetterebbe facilmente un errore di valutazione dell’effettivo processo fisico.
Il Dott. Xu ha evidenziato una sfumatura critica nel suo campo: “quando si discute della relazione tra fattori climatici su larga scala ed eventi estremi, è fondamentale distinguere chiaramente tra le domande ‘Può?’ (ovvero, se ha il potenziale di influenzare in condizioni medie) e ‘Lo ha fatto?’ (ovvero, se ha effettivamente avuto un ruolo nell’evento specifico). I futuri studi di attribuzione per gli eventi estremi dovrebbero prestare maggiore attenzione allo specifico contesto di circolazione dell’evento e all’effettivo andamento spaziale dei fattori forzanti”.


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