Il buco dell’ozono sopra l’Antartide nel 2025 è stato tra i più piccoli degli ultimi decenni. A confermarlo sono NASA e NOAA, che nel loro rapporto annuale indicano come l’estensione media – pari a 18,71 milioni di km quadrati tra il 7 settembre e il 13 ottobre – rappresenti il quinto valore più contenuto dal 1992, anno in cui entrarono in vigore le prime restrizioni globali sulle sostanze che distruggono lo strato di ozono. Nonostante resti comunque “continentale” in scala, il buco dell’ozono quest’anno si è formato più tardi e si sta dissolvendo quasi 3 settimane prima del solito rispetto al trend dell’ultimo decennio. Il picco massimo giornaliero è stato registrato il 9 settembre: 22,86 milioni di km quadrati, circa il 30% in meno rispetto al record negativo del 2006.
Tendenza al miglioramento
Gli scienziati sottolineano che la progressiva riduzione delle sostanze che impoveriscono l’ozono – clorofluorocarburi e altri composti ricchi di cloro e bromo – è il risultato diretto del Protocollo di Montréal del 1987, considerato una delle politiche ambientali globali di maggior successo.
“Come previsto, stiamo osservando una tendenza alla riduzione dell’area dei buchi nell’ozono rispetto ai primi anni 2000“, spiega Paul Newman, responsabile del gruppo di ricerca presso il Goddard Space Flight Center della NASA. “Si formano più tardi nella stagione e si disgregano prima. Ma abbiamo ancora molta strada da fare prima che tornino ai livelli degli anni ’80“.
Stephen Montzka, scienziato del NOAA, ricorda che le concentrazioni dei composti incriminati sono diminuite di circa un terzo dal picco dell’anno 2000. Eppure, questi inquinanti persistono nell’atmosfera per decenni e continuano a essere rilasciati da vecchi prodotti come isolanti e apparecchiature ormai dismesse. Per un recupero completo dell’ozono antartico bisognerà attendere la fine degli anni Sessanta del XXI secolo.
Cos’è il buco dell’ozono e perché è importante
Lo strato di ozono – situato tra 11 e 50 chilometri sopra la superficie terrestre – agisce come uno “schermo solare naturale”, filtrando gran parte dei raggi ultravioletti (UV) dannosi. Quando l’ozono diminuisce, aumenta l’esposizione ai raggi UV, con conseguenze importanti: maggiore incidenza di tumori della pelle e cataratte, danni alle colture e agli ecosistemi.
Il processo di distruzione dell’ozono è legato alla presenza in alta atmosfera di molecole contenenti cloro e bromo, liberate dai vecchi CFC impiegati in frigoriferi, condizionatori, schiume isolanti e spray. Una volta raggiunta la stratosfera, la luce solare rompe questi composti, liberando atomi reattivi che distruggono le molecole di ozono.
Secondo Newman, “il buco di quest’anno sarebbe stato più grande di oltre un milione di miglia quadrate se nella stratosfera ci fosse ancora la stessa quantità di cloro di 25 anni fa”.
Monitoraggi sempre più precisi
Per analizzare l’evoluzione del buco dell’ozono, gli scienziati si affidano a una rete di satelliti e strumenti a terra: tra questi, i satelliti Aura della NASA, NOAA-20, NOAA-21 e la piattaforma Suomi-NPP. Sull’Antartide contribuiscono anche i palloni sonda lanciati dalla stazione meteorologica del South Pole Atmospheric Baseline Observatory.
I dati dei palloni hanno registrato nel 2025 un minimo di 147 unità Dobson (DU) il 6 ottobre. Per confronto, il valore più basso mai misurato al Polo Sud è stato 92 DU nel 2006. Una DU corrisponde alla quantità di ozono che, se compressa a pressione e temperatura standard, formerebbe uno strato spesso solo un centesimo di millimetro.
Il ruolo del clima
Oltre ai gas che distruggono l’ozono, anche fattori climatici come le temperature e l’intensità del vortice polare influenzano l’ampiezza del buco. Quest’anno, un vortice polare insolitamente debole e temperature più alte della media hanno probabilmente contribuito alla minore estensione rilevata.
Uno scenario incoraggiante
Pur con le dovute cautele, i dati del 2025 rappresentano un segnale positivo e confermano l’efficacia delle politiche internazionali di tutela dell’ozono. La ripresa completa richiederà ancora diversi decenni, ma il trend è chiaro: il pianeta sta lentamente riacquistando il suo scudo naturale contro i raggi UV.


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