La decisione della Cina di sospendere i nuovi controlli sulle esportazioni di terre rare e altri materiali critici ha scosso i mercati globali, segnando un inatteso – seppur probabilmente provvisorio – allentamento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. L’annuncio, diffuso nelle ultime ore dal Ministero del Commercio cinese, fa seguito al vertice ad alto livello tenuto a Busan tra il presidente cinese Xi Jinping e Donald Trump. La sospensione resterà in vigore fino al 10 novembre 2026, offrendo un anno di tregua alle industrie mondiali che dipendono da questi materiali strategici.
Le terre rare sono fondamentali per la produzione di tecnologie avanzate: auto elettriche, smartphone, turbine eoliche, ma anche sistemi militari come caccia di ultima generazione e missili a guida elettronica. Le restrizioni cinesi, annunciate solo un mese prima, a ottobre 2025, avrebbero limitato l’esportazione di prodotti contenenti anche quantità minime di alcuni elementi e attrezzature per la loro lavorazione. L’impatto sul mercato globale avrebbe potuto essere dirompente, mettendo a rischio intere filiere produttive.
La sospensione
La sospensione riguarda in particolare sei pacchetti regolatori che sarebbero dovuti entrare in vigore gradualmente fino a dicembre 2025. Questi includevano il divieto di esportazione di macchinari per il trattamento delle terre rare, apparecchiature per la produzione di batterie e materiali super-duri utilizzati nei semiconduttori, nei pannelli solari e persino nelle munizioni perforanti.
La decisione è frutto del compromesso raggiunto al vertice di Busan. Secondo le ricostruzioni, Xi e Trump avrebbero trovato un’intesa per rinviare di un anno l’applicazione del nuovo sistema di licenze di esportazione. Tuttavia, restano zone d’ombra. Il Ministero del Commercio cinese non ha precisato né la durata delle licenze né le condizioni richieste alle aziende per ottenerle, lasciando margini di incertezza. Oltre a ciò, la sospensione non tocca un pacchetto precedente di restrizioni, introdotto il 4 aprile 2025, che colpisce sette tipi di terre rare e i magneti ad alte prestazioni. Queste regole impongono onerosi requisiti tecnici per ricevere licenze semestrali e vietano totalmente l’esportazione per fini militari.
La posizione dominante della Cina nel mercato delle terre rare è un fatto consolidato: Pechino controlla quasi tutta la catena di lavorazione e molte delle imprese coinvolte sono partecipate dallo Stato. Inoltre, la Cina ha rafforzato negli ultimi anni la sua cooperazione economica con la Russia, acquistando materie prime e vendendo macchinari industriali a Mosca. Non sorprende quindi che molte aziende occidentali restino diffidenti. Alcune hanno denunciato difficoltà di approvvigionamento già nei mesi precedenti, mentre la domanda di tecnologie green continua a crescere. Il timore diffuso è che questa sospensione sia solo una pausa tattica.
In parallelo, la Cina ha annunciato la ripresa delle importazioni di soia e legname dagli Stati Uniti da parte di tre aziende americane, un gesto interpretato come ulteriore segnale di distensione commerciale. Ora lo sguardo è rivolto al novembre 2026. Sarà prorogata la sospensione o Pechino reintrodurrà le restrizioni, magari in forma più severa? Nel frattempo, l’industria globale può tirare un sospiro di sollievo ma nessuno ha davvero intenzione di abbassare la guardia. La partita geopolitica intorno alle terre rare è ancora tutta da giocare.


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