Le microplastiche, frammenti inferiori ai 5 mm onnipresenti nei nostri oceani, fiumi e persino nel corpo umano, non sono solo un problema di inquinamento fisico, ma rappresentano anche un rischio emergente per la salute pubblica. Un recente studio, intitolato “Sewers to Seas: Exploring Pathogens and Antimicrobial Resistance on Microplastics from Hospital Wastewater to Marine Environments” e pubblicato su Environment International, ha messo in luce il ruolo di questi inquinanti come “autostrade” per batteri patogeni e resistenti agli antibiotici (AMR).
Il team di ricerca, guidato dalla Dott.ssa Emily Stevenson del Plymouth Marine Laboratory e dell’Università di Exeter, ha analizzato la “Plastisfera“, il complesso biofilm microbico che si forma sulla superficie delle microplastiche. I ricercatori hanno esposto diversi materiali plastici (come bio-perline e nurdles) e naturali lungo un percorso che andava dalle acque reflue agli ambienti marini.
Le scoperte sono allarmanti: batteri patogeni e AMR sono stati trovati su tutti i substrati e in tutti i siti di campionamento. Polistirene e nurdles sono risultati particolarmente a rischio, potendo adsorbirsi agli antibiotici e facilitare il trasferimento di geni di resistenza (ARG). Sono state identificate oltre 100 sequenze uniche di ARG sui biofilm di microplastiche, un numero superiore rispetto ai materiali naturali.
Come spiega la Dott.ssa Stevenson, le microplastiche agiscono come “piccoli veicoli” che possono trasportare agenti patogeni resistenti dai depuratori fognari fino alle spiagge e agli allevamenti ittici. Lo studio sottolinea la necessità di affrontare con urgenza l’inquinamento da microplastiche non solo come problema ambientale, ma anche come fattore nella diffusione della resistenza antimicrobica.


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