Un città norvegese non vedrà il Sole fino al 2026

Longyearbyen, l'avamposto più a Nord del mondo, si immerge nella lunga Notte Polare. Un periodo di 107 giorni senza Sole che, tra aurore boreali e strane leggi, celebra l'adattamento umano all'Artico

Per la comunità di Longyearbyen, il giorno si è spento. L’ultimo barlume di Sole è scivolato dietro le cime frastagliate dell’arcipelago di Svalbard, segnando l’inizio di un’oscurità che durerà 107 giorni. Longyearbyen, l’insediamento permanente più a nord del mondo con oltre 2.500 abitanti, è precipitato nella Notte Polare. Situata a 78°13′N, a metà strada tra la Norvegia continentale e il Polo Nord, questa vivace cittadina di case colorate non rivedrà il disco solare fino al 2026. Lungi dall’essere un vuoto ghiacciato, questo crepuscolo perpetuo è una stagione di cieli indaco, aurore abbaglianti e un’incredibile resilienza umana.

Dalla polvere di carbone a Guardiano Globale

La storia di Longyearbyen affonda le radici nel duro lavoro e nell’isolamento. Nata nel 1906 come campo minerario grazie al magnate americano John Munro Longyear, per decenni fu gestita dalla compagnia norvegese Store Norske. Esplosioni, valanghe e l’isolamento erano i rischi quotidiani in questa roccaforte dominata da uomini.

La svolta arrivò con il Trattato delle Svalbard del 1920, che garantì la sovranità alla Norvegia ma diede a ben 46 nazioni pari diritti di insediamento, caccia e estrazione mineraria, creando di fatto una zona demilitarizzata ed esente da visti. Con il declino dell’attività mineraria (l’ultimo carico di carbone è stato estratto nel 2017), oggi Longyearbyen si è trasformata in un centro di ricerca e turismo. È sede del Centro Universitario di Svalbard (UNIS), che forma scienziati artici, e soprattutto ospita lo Svalbard Global Seed Vault, la “Banca dei Semi” sepolta nel permafrost che custodisce 1,3 milioni di varietà di colture per proteggerle da catastrofi globali.

La città dove “non si può morire”

La vita qui è definita da stranezze uniche. A Longyearbyen, letteralmente, non si può morire. Il permafrost (il terreno permanentemente congelato) impedisce la decomposizione dei corpi, tanto che in alcune tombe riesumate sono stati trovati virus dell’influenza spagnola del 1917 ancora intatti. Per questo motivo, dal 1950 sono vietate le sepolture; i malati terminali vengono fatti volare a Sud. Il piccolo cimitero non ha accolto un nuovo “residente” da 80 anni.

Longyearbyen è anche un villaggio globale: ospita oltre 50 nazionalità diverse, senza popolazione indigena. Un’altra bizzarra tradizione è il razionamento mensile di alcolici tramite carte quota, un retaggio dei tempi delle miniere, anche se oggi è mitigato dalla presenza di un birrificio locale che produce la famosa “Polar Night Porter”.

Scienza e magia

La Notte Polare è un fenomeno astronomico. L’inclinazione dell’asse terrestre di 23,5° fa sì che alle latitudini superiori a 66,5° N il Sole rimanga completamente sotto l’orizzonte per più di 24 ore. A Longyearbyen, la vera notte polare inizia il 14 novembre e dura fino al 29 gennaio 2026. Tuttavia, a causa delle montagne circostanti, gli abitanti non vedranno il disco solare fino all’8 marzo 2026, estendendo il periodo di attesa a 132 giorni.

L’oscurità non è però totale. Intorno a mezzogiorno, per 2-4 ore, un suggestivo crepuscolo civile tinge il cielo di indaco profondo. Per mantenere alto il morale, la comunità si affida a: vitamina D, saune rigeneranti e la caccia all’aurora boreale L’attività solare prevista al suo massimo fa sperare in aurore boreali spettacolari, con tempeste geomagnetiche (come le G4 recenti) in grado di danzare anche durante il crepuscolo.

Festival come la Settimana della Notte Polare (20-24 gennaio 2026) e il Dark Season Blues trasformano l’oscurità in celebrazione, con bambini che vanno a scuola in slitta sotto le stelle e motoslitte che sfrecciano come “motociclette artiche”.

Mentre Longyearbyen si avvia al suo sonno 2025-2026, essa ci ricorda che l’oscurità non è un’assenza. È un’opportunità per l’osservazione delle aurore, escursioni cariche di storia e una quieta meraviglia. Da una miniera di carbone alla tutela del patrimonio agricolo mondiale, questa città è un inno all’adattamento.