Etna, l’eruzione del 1669 non sarà mai dimenticata: quando la lava arrivò a Catania

Rifinanziata la Giornata della memoria dell’eruzione dell’Etna del 1669: una data cruciale per la storia di Catania e della Sicilia

È stato approvato dall’Aula l’articolo che rifinanzia la legge istitutiva della Giornata della memoria dell’eruzione dell’Etna del 1669. Una pagina di storia diventa occasione di valorizzazione turistica e un’opportunità di promozione e rilancio in chiave culturale e ambientale del nostro Vulcano e dei comuni interessati: Catania, Nicolosi, Belpasso, Mascalucia, San Pietro Clarenza, Misterbianco e Pedara”. A dirlo è Jose Marano, deputato regionale del Movimento Cinquestelle e vicepresidente della commissione Ambiente, Territorio e Mobilità all’Ars dove, in queste ore, è in discussione la finanziaria regionale.

Promuovere la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico, culturale e ambientale dell’Etna – prosegue Maranoè l’obiettivo della norma. Fare leva sulla straordinaria attrattività turistica del Vulcano e sulla sua bellezza che il mondo intero ci invidia, significa anche sfruttare finalmente a pieno un potenziale enorme che può produrre grandi risultati sul fronte della crescita economica di tutta la Sicilia”. “Grazie al rifinanziamento della legge – conclude il parlamentare – i comuni coinvolti nell’itinerario della ‘Lava della ruina – percorso del 1669’, in cui insistono i Luoghi della memoria, avranno a disposizione i fondi per mettere in atto iniziative di sviluppo e promozione turistica e culturale”.

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L’eruzione dell’Etna del 1669

L’anno 1669 occupa un posto di eccezionale rilievo nella memoria storica e geologica della Sicilia, rappresentando il momento in cui l’Etna manifestò la sua potenza con una delle eruzioni laterali più devastanti dell’era moderna. Non si trattò di una semplice attività sommitale, ma di un evento cataclismatico che scaturì da una profonda ferita nel fianco meridionale del vulcano, ridisegnando per sempre l’orografia del territorio e il rapporto tra l’uomo e la “Montagna“.

Il preludio a questo dramma naturale ebbe inizio l’8 marzo, quando una serie di violenti terremoti scosse i centri abitati del versante sud. Questi sismi non erano che il segnale del magma che, risalendo dai serbatoi profondi, cercava una via d’uscita premendo contro le pareti dei condotti interni. La tensione crostale culminò l’11 marzo, quando una frattura lunga diversi chilometri si aprì nel terreno, estendendosi dal Piano di San Leo fino alle vicinanze di Nicolosi. Da questa lacerazione, accompagnata da boati assordanti e nubi di cenere che oscurarono il sole, iniziò a fluire una quantità prodigiosa di basalto fuso.

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Dal punto di vista scientifico, l’evento del 1669 viene classificato come un’eruzione fissurale di bassa quota. La particolarità risiedeva proprio nella localizzazione delle bocche eruttive, situate a soli 800 metri sul livello del mare. Questa posizione rendeva i centri abitati estremamente vulnerabili, poiché la lava non doveva percorrere le lunghe e ripide chine dei crateri sommitali, ma si riversava direttamente su un altopiano densamente popolato. Nel giro di pochi giorni, l’accumulo di materiali piroclastici attorno alla falla principale diede origine ai Monti Rossi, due coni gemelli che oggi svettano sopra Nicolosi, testimoni muti della colossale espulsione di scorie e ceneri che caratterizzò le prime fasi dell’evento.

Mentre la cenere ricopriva i campi distruggendo i raccolti e soffocando il bestiame, il braccio principale della colata lavica iniziò la sua inesorabile marcia verso sud. Il fronte incandescente, alto diversi metri e largo centinaia, avanzava con una lentezza ingannevole ma inarrestabile. La lava del 1669 era caratterizzata da una viscosità tale da permettere la formazione di un crostone superficiale solido, sotto il quale il magma fluido continuava a scorrere come in un condotto isolato, mantenendo alte temperature e capacità di movimento anche a grande distanza dalla sorgente. Uno dopo l’altro, i borghi di Malpasso, Mompilieri, Camporotondo e San Pietro Clarenza vennero cancellati. Le case non venivano semplicemente bruciate, ma schiacciate dal peso della roccia fusa e poi sepolte per sempre.

In questo scenario di apocalisse barocca, emerse uno dei primi tentativi documentati di difesa attiva contro un’eruzione. Diego de Pappalardo, un sacerdote e architetto di Catania, guidò un gruppo di uomini armati di picconi e protetti da pelli bagnate nel tentativo di tagliare il fianco della colata per deviarne il corso. Sebbene l’operazione ebbe un parziale successo tecnico, scatenò l’ira degli abitanti dei paesi vicini che videro i propri terreni minacciati dalla deviazione, portando all’interruzione dei lavori. Questo episodio rimane fondamentale nella storia della vulcanologia poiché segna il passaggio dalla rassegnazione religiosa al tentativo di intervento ingegneristico.

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Immagine realizzata con l’Intelligenza Artificiale © MeteoWeb

La minaccia si fece estrema quando, all’inizio di aprile, il fronte lavico raggiunse le mura di Catania. La città, difesa da fortificazioni imponenti erette nel secolo precedente, confidava nella solidità dei suoi bastioni. Per giorni, la lava si accumulò contro le mura occidentali, innalzandosi progressivamente fino a superarle. Il 16 aprile, il fuoco liquido traboccò oltre le difese, penetrando nei giardini del Monastero dei Benedettini e minacciando il cuore del centro abitato. L’impatto con le strutture urbane fu drammatico: la lava circondò il Castello Ursino, che all’epoca sorgeva su un promontorio a picco sul mare, colmando il fossato e spingendo la linea di costa in avanti di quasi un chilometro.

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Immagine realizzata con l’Intelligenza Artificiale © MeteoWeb

L’eruzione terminò solo nel mese di luglio, dopo 122 giorni di attività ininterrotta. Il bilancio geologico fu imponente: circa un miliardo di metri cubi di lava erano stati emessi, coprendo una superficie di quasi 40 chilometri quadrati. Catania non fu distrutta interamente, ma la sua fisionomia ne uscì stravolta. Il porto era stato parzialmente ostruito e le fertili terre circostanti erano state trasformate in una distesa di pietra nera e tagliente. Scientificamente, l’evento del 1669 insegnò che l’Etna è in grado di generare eruzioni di fianco a quote pericolosamente basse, un rischio che ancora oggi, con la massiccia urbanizzazione delle pendici, rappresenta la sfida principale per la protezione civile e il monitoraggio vulcanologico moderno.

La memoria di quell’anno sopravvive oggi non solo nei resoconti d’archivio, ma nella stessa architettura della ricostruzione catanese, dove la pietra lavica divenne il materiale prediletto per edificare le facciate dei palazzi nobiliari e delle chiese, trasformando il simbolo della distruzione nel fondamento estetico del barocco siciliano.

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Immagine realizzata con l’Intelligenza Artificiale © MeteoWeb