I Bronzi di Riace “parlano siciliano”: la geologia riscrive la storia dei 2 guerrieri

Un nuovo studio multidisciplinare, pubblicato sull'Italian Journal of Geosciences, fornisce la prova scientifica che mancava: le statue furono assemblate a Siracusa e rimasero per secoli in acque profonde, arrivando a Riace solo in tempi recenti

Siamo abituati a pensare alla geologia come alla scienza che studia terremoti, vulcani e frane, strumenti essenziali per la sicurezza di un territorio fragile come quello italiano, ma cosa succede quando le trivelle e le analisi chimiche vengono applicate all’arte antica? Succede che uno dei più grandi misteri dell’archeologia mondiale, quello dei Bronzi di Riace, potrebbe aver trovato finalmente una soluzione definitiva. Un team di ricercatori delle Università di Catania e Ferrara ha condotto un’indagine degna di “CSI”, utilizzando carotaggi e analisi mineralogiche per tracciare l’identità chimica delle statue. I risultati, appena presentati a Siracusa, non lasciano spazio a dubbi: la scienza conferma la cosiddetta “ipotesi siciliana”.

La geologia forense al servizio dell’arte

Lo studio, coordinato dal geologo Rosolino Cirrincione e pubblicato sulla prestigiosa rivista Italian Journal of Geosciences della Società Geologica Italiana, segna un punto di svolta. Non si tratta più solo di teorie stilistiche, ma di dati chimici e biologici rigorosi.

La novità più interessante di questo studio sta proprio nell’integrazione tra i dati geologici e quelli archeologici“, spiega Rodolfo Carosi, presidente della Società Geologica Italiana. “Il caso dei Bronzi di Riace mostra come la Geologia sia anche uno strumento potente per ricostruire la storia dell’uomo, unendo il rigore della ricerca scientifica al fascino senza tempo dell’archeologia“.

La prova della terra: nati a Sibari, saldati a Siracusa

Il cuore della scoperta risiede nell’analisi delle terre contenute all’interno delle statue. Gli scienziati hanno distinto 2 tipi di materiali, che raccontano 2 fasi diverse della vita dei Bronzi:

  • Le terre di fusione – Ricche di granitoidi, hanno mostrato una fortissima corrispondenza con il delta del fiume Crati, in Calabria (nella zona di Sibari);
  • Le terre di saldatura – Utilizzate per unire le varie parti delle statue, provengono inequivocabilmente da una cava d’argilla presso la foce del fiume Anapo, a Siracusa.

Cosa significa? Questo dato supporta una ricostruzione affascinante: le statue sarebbero state realizzate a sezioni separate in un’officina di Sibari – molto probabilmente dall’atelier del celebre Pitagora da Reggio – per poi essere trasportate e assemblate definitivamente a Siracusa, alla corte dei Dinomenidi.

Il mistero degli abissi: perché Riace era solo una tappa

Se la chimica spiega dove sono nati, la biologia marina ci dice dove hanno “vissuto”. La terza linea di ricerca dello studio si è concentrata sulle incrostazioni marine e sulle patine presenti sul bronzo. I Bronzi sono stati ritrovati nel 1972 a Riace, a soli 8 metri di profondità. Tuttavia, le analisi rivelano una storia ben diversa:

  • Sulle statue sono presenti tracce di organismi (serpulidi, coralligeno) e solfuri di rame che si formano esclusivamente in ambienti scarsamente illuminati e profondi (tra i 70 e i 90 metri);
  • I segni della giacitura nei bassi fondali di Riace risalgono a pochi mesi prima del ritrovamento.

La conclusione è dirompente: le statue sono rimaste per due millenni in un fondale profondo, compatibile con la costa ionica siciliana (probabilmente al largo di Brucoli), affondate durante il saccheggio romano di Siracusa nel 212 a.C.

Il ritrovamento a Riace, dunque, sarebbe frutto di un trasferimento recente, operato da archeotrafficanti che le avevano nascoste temporaneamente in attesa di venderle all’estero, prima che la scoperta fortuita mandasse a monte il piano.

Una storia riscritta

Questo lavoro, che ha coinvolto 15 esperti tra geologi, archeologi e biologi, conferma scientificamente le intuizioni lanciate negli anni ’80 dall’archeologo Robert Ross Holloway e rilanciate recentemente da Anselmo Madeddu nel libro “Il mistero dei Guerrieri di Riace: l’ipotesi siciliana”.

Come sottolineano gli autori Anselmo Madeddu e Rosolino Cirrincione, si tratta del primo lavoro che integra proposta interpretativa e dati “hard science”. Nessuno mette in discussione che la casa dei Bronzi resti il Museo di Reggio Calabria, ma la loro carta d’identità storica è stata riscritta: guerrieri forgiati in Calabria, assemblati in Sicilia, naufragati nel mare di Siracusa e riemersi, per un caso fortuito, a Riace.