Per anni l’Alzheimer è stato considerato una malattia diagnosticabile solo quando i sintomi cognitivi diventavano evidenti. Il grande studio pubblicato su Nature ribalta questa visione grazie all’uso di un biomarcatore nel sangue, la proteina pTau217, in grado di identificare le alterazioni neuropatologiche tipiche della malattia anche in assenza di demenza conclamata. Analizzando 11.486 campioni di sangue provenienti dallo studio norvegese HUNT, i ricercatori hanno potuto stimare per la prima volta su larga scala quanto siano realmente diffuse le alterazioni cerebrali dell’Alzheimer nella popolazione generale sopra i 57 anni. Il risultato è sorprendente: l’Alzheimer, a livello biologico, è molto più comune di quanto suggeriscano le diagnosi cliniche.
L’età come fattore decisivo: i numeri che impressionano
I dati mostrano una crescita costante della prevalenza delle alterazioni neuropatologiche con l’avanzare dell’età. Sotto i 70 anni meno dell’8% delle persone presenta segnali biologici compatibili con l’Alzheimer. Dopo i 70 anni la percentuale sale rapidamente, fino a raggiungere oltre il 65% negli ultra novantenni. Questo significa che in età molto avanzata più di una persona su due ha nel cervello placche di amiloide e grovigli di tau, anche se non necessariamente manifesta una demenza clinicamente evidente. L’invecchiamento emerge quindi come il principale motore della diffusione silenziosa della malattia.
Alzheimer senza sintomi: il volto nascosto della malattia
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la cosiddetta “fase preclinica”. Tra le persone con più di 70 anni, circa il 10% risulta biologicamente positivo per l’Alzheimer pur non avendo alcun deficit cognitivo misurabile. A questo si aggiunge un altro 10,4% con decadimento cognitivo lieve e un 9,8% con demenza di Alzheimer vera e propria. In altre parole, una quota significativa della popolazione convive con la patologia cerebrale dell’Alzheimer senza saperlo. Questo spiega perché le diagnosi basate solo sui sintomi sottostimino la reale diffusione della malattia.
Non tutte le demenze sono Alzheimer
Lo studio chiarisce anche un punto spesso frainteso: non tutte le demenze sono causate dall’Alzheimer. Tra le persone con diagnosi di demenza, solo il 60% presenta effettivamente i biomarcatori tipici della malattia. La percentuale scende al 32,6% nei soggetti con lieve decadimento cognitivo e al 23,5% negli individui cognitivamente sani. Questo dato è cruciale perché indica che una parte rilevante dei disturbi cognitivi ha origini diverse, come patologie vascolari o altre forme neurodegenerative, e richiede quindi strategie terapeutiche differenti.
Genetica, istruzione e rischio: chi è più esposto
L’analisi mette in evidenza forti differenze legate a fattori genetici e sociali. Le persone portatrici dell’allele APOE ε4, noto fattore di rischio genetico, mostrano una prevalenza di alterazioni dell’Alzheimer che può superare il 60%, contro poco più del 27% nei non portatori. Anche il livello di istruzione gioca un ruolo importante. Chi ha un’istruzione più bassa presenta una probabilità significativamente maggiore di avere segni biologici della malattia, soprattutto nelle fasce di età più avanzate. Questo rafforza l’ipotesi della “riserva cognitiva”, secondo cui lo studio e la stimolazione mentale possono offrire una protezione parziale contro gli effetti clinici dell’Alzheimer.
Implicazioni enormi per cure e prevenzione
Lo studio stima che circa l’11% delle persone sopra i 70 anni potrebbe essere potenzialmente idoneo ai nuovi farmaci modificanti la malattia, come gli anticorpi anti-amiloide recentemente approvati in diversi Paesi. Una percentuale che ha conseguenze enormi per i sistemi sanitari, sia in termini di costi sia di organizzazione delle cure.
Ma il messaggio più forte è un altro: l’Alzheimer non inizia con la perdita di memoria, bensì molti anni prima, a livello biologico. Individuare la malattia in questa fase silenziosa potrebbe cambiare radicalmente la prevenzione, la diagnosi e il futuro stesso dell’invecchiamento.


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