Il ruolo del cambiamento climatico nell’aumento di incendi e fumo nell’Ovest degli USA: lo studio

Secondo lo studio, il riscaldamento antropico ha amplificato in modo sistematico le aree percorse da incendi, con contributi che salgono oltre il 60% nelle regioni forestali e nelle praterie e deserti arbustivi

Il cambiamento climatico di origine antropica ha avuto un ruolo determinante nell’aumento degli incendi e delle concentrazioni di fumo nell’Ovest degli Stati Uniti negli ultimi trent’anni. Uno studio, pubblicato sulla rivista PNAS, mostra che il riscaldamento ha contribuito tra il 33 e l’82% della superficie bruciata complessiva tra il 1992 e il 2020, a seconda dell’ecoregione, generando in media il 65% delle emissioni da incendi nell’area. I ricercatori guidati da Xu Feng hanno combinato osservazioni meteorologiche e di vegetazione con modelli statistici e simulazioni chimico-trasportistiche, distinguendo tra variabilità naturale del clima e segnale dovuto ai gas serra.

Hanno scomposto il contributo degli incendi in base alla sorgente d’innesco, naturale (fulmini) o antropica, e suddiviso l’Ovest in cinque grandi ecoregioni. I modelli di regressione non parametrica (Gaussian Process Regression) collegano la superficie bruciata a temperature massime giornaliere, indicatori di siccità atmosferica (deficit di pressione di vapore, umidità relativa), precipitazioni e indice di vegetazione NDVI.

I risultati

Sotto uno scenario climatico “naturale”, ricostruito sottraendo il segnale di riscaldamento antropico dai dati osservati tramite un ensemble di modelli CMIP6, la superficie bruciata prevista spiega solo il 35% di quella registrata nel database FPA-FOD tra 1992 e 2020. Il confronto con lo scenario osservato indica che il riscaldamento antropico ha amplificato in modo sistematico le aree percorse dal fuoco, con contributi che salgono oltre il 60% nelle regioni forestali e nelle praterie e deserti arbustivi, e pari al 33% anche nella California mediterranea, dove gli incendi di origine umana sono più frequenti.

Lo studio mostra che gli incendi innescati dai fulmini sono più sensibili al clima rispetto a quelli di origine antropica: nelle regioni forestali e di arbusteti, le superfici bruciate da fulmini sono attribuibili al cambiamento climatico per quote comprese tra il 64 e il 92%, mentre per gli incendi di origine umana i contributi variano tra il 35 e il 64%.

Complessivamente, il riscaldamento antropico spiega circa il 68% dell’aumento delle emissioni di carbonio organico da incendi tra il 1997 e il 2020. Le simulazioni con il modello GEOS-Chem indicano che il fumo da incendi (PM2.5) ha annullato parte dei progressi ottenuti sulle altre sorgenti. Le concentrazioni annuali medie di PM2.5 da fumo nell’Ovest variano tra 0,2 e 4 microgrammi per metro cubo, con una media di 0,73, e mostrano un trend in crescita di 0,2 microgrammi per metro cubo l’anno tra il 2010 e il 2020. Il cambiamento climatico contribuisce in media al 49% del PM2.5 da fumo nel periodo 1997-2020 e spiega il 58% dell’aumento registrato nell’ultimo decennio; nella fascia 2010-2020 la sua quota sale al 54%.

Le mappe elaborate dagli autori mostrano che il fumo da incendi è particolarmente intenso nel Nord della California, in Oregon, Washington e Idaho, dove tra il 2010 e il 2020 rappresenta il 50-95% del PM2.5 totale, con quote attribuibili al cambiamento climatico comprese tra il 25 e il 66%. Nel 2020, il fumo raggiunge il 62% del PM2.5 complessivo nell’Ovest. Considerando le esposizioni ponderate per popolazione, Oregon, Colorado e California risultano gli stati più colpiti nel 2020, con concentrazioni da fumo attribuibili al cambiamento climatico di 13,1, 8,0 e 5,3 microgrammi per metro cubo, rispettivamente.