L’odore di pancetta può renderti obeso? Uno studio scatena le reazioni scientifiche

Un nuovo studio su Nature Metabolism rivela come l’esposizione ai profumi dei cibi grassi durante la gravidanza possa alterare il cervello

Da anni la ricerca scientifica ha dimostrato che una dieta materna ricca di grassi può predisporre i figli a sviluppare obesità. Finora la causa è stata attribuita soprattutto all’eccesso calorico e agli squilibri nutrizionali. Un nuovo studio però ribalta, almeno in parte, questa prospettiva. Secondo i dati pubblicati su Nature Metabolism, l’elemento che potrebbe influire sul metabolismo dei figli non sarebbe solo il cibo ingerito, ma anche il suo odore. Molecole volatili, come quelle associate a cibi grassi e intensi – nell’esperimento la pancetta – possono infatti attraversare il liquido amniotico e successivamente il latte materno, accompagnando il cucciolo in una sorta di imprinting sensoriale precoce.

Questo porta a ipotizzare che l’olfatto diventi un canale di programmazione metabolica, capace di lasciare un segno duraturo sul modo in cui il cervello gestirà cibo e fame nella vita adulta.

Lo studio: pancetta senza grassi, ma il cervello si modifica

Il gruppo guidato da Sophie Steculorum ha creato un modello murino particolarmente ingegnoso. Alle madri è stato somministrato un mangime aromatizzato alla pancetta, ma nutrizionalmente identico a una dieta normale. In questo modo i ricercatori hanno potuto isolare l’effetto dell’odore senza introdurre eccessi di grassi reali. Nonostante le madri non abbiano preso più peso e la crescita fetale fosse identica nei due gruppi, i risultati sugli adulti sono stati sorprendenti. I topi esposti in utero e durante l’allattamento a quell’odore hanno mostrato in età avanzata più grasso corporeo, resistenza all’insulina e un metabolismo meno efficiente quando nutriti con una dieta ricca di grassi. Le analisi cerebrali hanno evidenziato inoltre un’alterazione delle aree nervose legate al senso di ricompensa alimentare e fame, con un’attività molto simile a quella degli animali obesi.

In altre parole, l’esposizione precoce al profumo di pancetta sembrava aver creato un cervello predisposto a rispondere diversamente al cibo, spingendo verso l’accumulo di peso.

Una “finestra critica” che potrebbe esistere anche nell’uomo

La scoperta apre nuovi interrogativi. Se negli animali esiste una fase nello sviluppo in cui gli stimoli sensoriali legati al cibo possono modificare la regolazione metabolica a lungo termine, dobbiamo chiederci se anche negli esseri umani accada lo stesso. È noto che le preferenze alimentari dei bambini risentono dell’alimentazione materna e degli odori percepiti in gravidanza, ma non è mai stato dimostrato con certezza un collegamento diretto con obesità e metabolismo.

Gli autori dello studio sottolineano infatti la necessità di ulteriori ricerche, soprattutto cliniche. Tuttavia, questo lavoro spinge a ripensare il concetto di alimentazione prenatale come qualcosa che coinvolge non solo la nutrizione, ma anche l’ambiente sensoriale a cui il feto viene esposto. Se confermato nell’uomo, ciò potrebbe cambiare il modo in cui consideriamo la prevenzione dell’obesità fin dalle sue radici più precoci.