Le più recenti analisi sub-stagionali iniziano a delineare uno scenario invernale più strutturato e persistente per la seconda e terza settimana di gennaio 2026, un periodo che potrebbe segnare una svolta rispetto a un avvio di stagione finora poco incisivo. I principali modelli globali mostrano una crescente convergenza verso una configurazione dominata da robusti blocchi di alta pressione alle alte latitudini, con nuclei ben posizionati tra Groenlandia, Alaska e Urali.
Questa disposizione barica non è un dettaglio secondario: quando le alte pressioni si consolidano in queste aree chiave, il vortice polare troposferico tende a perdere compattezza, frammentandosi in più lobi. Il risultato è un aumento della probabilità di discese di aria artica verso le medie latitudini, con effetti potenzialmente rilevanti sia sul Nord America sia sull’Europa.

Nord America: verso una fase più rigida e nevosa sul settore orientale
Sul comparto nordamericano, le proiezioni indicano la formazione di una saccatura profonda e persistente tra Upper Midwest, Grandi Laghi e Nord-Est degli Stati Uniti. Una configurazione di questo tipo favorisce l’afflusso di aria artica continentale, con temperature sotto media e un aumento della frequenza di eventi nevosi e gelidi, soprattutto lungo l’asse che va dai Grandi Laghi alla costa atlantica.
Al contrario, Alaska e Canada occidentale sembrano destinate a rimanere sotto un regime più stabile e freddo, protette da un blocco anticiclonico sull’area Alaska–Bering. Questa asimmetria rafforza un pattern tipico di −EPO e +PNA, spesso associato agli inverni più severi per gli Stati Uniti orientali. A differenza delle irruzioni brevi e intermittenti osservate a inizio stagione, il segnale attuale suggerisce episodi più duraturi, con pause ridotte tra una colata fredda e la successiva.

Europa: gennaio dal sapore più invernale sul settore centro-orientale
Anche il continente europeo potrebbe essere coinvolto in questa evoluzione. Le simulazioni multi-modello a medio-lungo termine mostrano una tendenza a temperature inferiori alla media su Europa centrale e orientale, con un’estensione del freddo verso i Balcani e la Russia sud-occidentale. In queste aree, la persistenza del blocco favorirebbe giornate gelide e un progressivo aumento del manto nevoso, soprattutto nelle zone continentali.
L’assetto barico potrebbe mantenersi relativamente stabile per diversi giorni, indicativamente nella finestra 11–18 gennaio, aumentando la probabilità di una fase invernale continua e non episodica. L’Europa occidentale – Francia, Penisola Iberica, Italia e Benelux – resterebbe più spesso ai margini del nucleo più freddo, con valori termici mediamente meno rigidi. Tuttavia, la posizione dei blocchi lascia aperta la porta a una o due irruzioni fredde più decise, soprattutto nella seconda metà del mese, qualora la circolazione si ondulasse ulteriormente.
Un segnale raro, da interpretare con cautela ma attenzione
È importante sottolineare che le previsioni sub-stagionali non forniscono certezze, ma tendenze probabilistiche. La collocazione precisa dei blocchi anticiclonici e dei lobi freddi dipenderà dagli aggiustamenti sinottici delle prossime settimane. Detto questo, la simultanea presenza di alte pressioni su Groenlandia, Alaska e Urali rappresenta un assetto climatologicamente poco frequente, che storicamente ha spesso preceduto fasi di freddo diffuso e persistente nell’emisfero nord.
Dopo un avvio d’inverno relativamente anonimo, gennaio 2026 potrebbe quindi proporre un volto più tradizionale della stagione, con maggiore dinamismo, neve e temperature più consone al periodo su ampie porzioni del Nord America e dell’Europa. Un’evoluzione da seguire con attenzione, perché potrebbe segnare il vero ingresso dell’inverno sullo scacchiere emisferico.



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