Vi è mai capitato di guardare il calendario e chiedervi come sia possibile passare dalle uova di Pasqua all’albero di Natale in quello che sembra un battito di ciglia? Se avete la sensazione che il 2025 sia scivolato via tra le dita, non siete soli. Non si tratta di una bizzarria del calendario, ma di un complesso gioco di prestigio del nostro cervello. In un recente approfondimento su The Conversation, Hinze Hogendoorn, professore di Percezione Visiva del Tempo presso la Queensland University of Technology, spiega che la “percezione del tempo” è, in realtà, un termine improprio. A differenza dei colori o dei suoni, il tempo non è qualcosa che possiamo “sentire” direttamente.
Il cervello non vede il tempo, lo “inventa”
Mentre gli occhi rilevano la luce e le orecchie le vibrazioni, non esiste un organo sensoriale per il tempo. Come spiega Hogendoorn, “i nostri cervelli non percepiscono il tempo: lo deducono“. Per capire quanto tempo è passato, il nostro cervello agisce come un contabile pigro: invece di contare i secondi, conta quanto è successo. Se un intervallo è pieno di eventi eccitanti o nuovi, il cervello archivia memorie dense e ricche. Questo spiega perché, durante un evento traumatico o intenso come un incidente, il tempo sembra rallentare. Nello studio di Hogendoorn, quando alcuni partecipanti a una ricerca si sono lanciati nel vuoto da 30 metri per un test, questi “hanno riportato durate superiori di oltre un terzo rispetto a quando giudicavano la caduta di qualcun altro“. L’attenzione amplificata crea ricordi così dettagliati che, a posteriori, il cervello conclude: “Dev’essere passato moltissimo tempo“.
L’illusione del “tempo che vola”
Esiste però una distinzione fondamentale tra come percepiamo il tempo mentre lo viviamo (prospetticamente) e come lo valutiamo una volta passato (retrospettivamente).
- Il paradosso della noia – Quando prestiamo attenzione al tempo stesso (ad esempio in una sala d’attesa), questo sembra non passare mai. Al contrario, quando siamo immersi in un’attività, il tempo “vola” perché siamo distratti dal suo scorrere;
- Il paradosso della routine – I giorni sono lunghi, ma gli anni sono brevi. Con l’avanzare dell’età, le nostre giornate diventano routinarie. Portare i figli a scuola o lavorare in ufficio sono azioni che lasciano tracce mnemoniche deboli.
Hogendoorn sottolinea: “Quando il nostro cervello più anziano guarda indietro per dedurre quanto tempo è passato dall’inizio dell’anno, conclude che non è successo molto, quindi non sembra che sia passato molto tempo“.
Come “fermare” il tempo (o almeno rallentarlo)
Se volete evitare che il 2026 scivoli via con la stessa fretta, la scienza offre 2 soluzioni opposte. La prima è poco allettante: annoiarsi. Fissare una parete o contare fino a diecimila farà sembrare ogni minuto un’eternità. La seconda soluzione è molto più stimolante e riguarda la costruzione dei ricordi. Per far sì che, arrivati al prossimo dicembre, l’anno sembri lungo e ricco, dobbiamo agire sulla nostra memoria retrospettiva. Hogendoorn suggerisce di tenere un diario per “fissare” i ricordi e, soprattutto, di cercare la novità.
Il segreto per un anno che duri a lungo? Riempirlo di esperienze uniche, avventure e momenti mai vissuti prima. Solo così, guardandoci indietro, il nostro cervello vedrà una cronologia densa di vita, e non un vuoto sfocato che corre veloce verso il prossimo Natale.


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