C’è qualcosa di insolito nel respiro geologico dell’Italia, un’anomalia che si nasconde non nel rumore, ma nel silenzio. Siamo una nazione abituata a tremare, cresciuta sulla consapevolezza che la terra sotto i nostri piedi è viva, inquieta e in costante movimento. Eppure, se si osservano i tracciati dei sismografi negli ultimi due anni, si nota un appiattimento delle curve che, agli occhi dei geologi, appare quasi innaturale. L’Italia sta attraversando una fase di “silenzio sismico” particolarmente marcato, una tregua prolungata che, paradossalmente, desta più interrogativi del tremore stesso.
Per comprendere la portata di questa anomalia, bisogna guardare ai dati con occhio critico. In un Paese come il nostro, la normalità statistica prevede decine di eventi di magnitudo superiore a 4.0 ogni anno, scosse che magari non fanno danni ma che ci ricordano che le faglie stanno lavorando. Tuttavia, nel biennio appena trascorso, questi eventi sono diventati rarissimi, quasi delle eccezioni che confermano la regola. Se escludiamo la crisi bradisismica dei Campi Flegrei — che con le sue scosse più forti di magnitudo 4.4 il 13 maggio e 4.6 il 30 giugno risponde a dinamiche vulcaniche locali e non alla classica tettonica appenninica — e qualche isolato sussulto nel basso Tirreno, la penisola è rimasta stranamente immobile per un periodo così lungo.
I terremoti più forti del 2025 in Italia e i precedenti storici degli ultimi decenni
Le uniche tre scosse di magnitudo superiore a 4.5 di tutto questo 2025 sono stata quella di magnitudo 4.8 che il 14 marzo ha colpito il Centro/Sud, con epicentro pochi chilometri a largo di Lesina sul Gargano, in una zona scarsamente popolata, e quelle di magnitudo 4.7 hanno interessato il basso Tirreno nella zona delle isole Eolie il 7 febbraio e il 26 agosto. Anche qui, poco risentimento per l’epicentro in mare aperto e vicino a zone scarsamente abitate.
Ancora più impressionante è il dato riguardante i terremoti di magnitudo superiore a 5.0, quelli che iniziano a spaventare davvero e a saggiare la resistenza degli edifici. Per trovarne traccia bisogna riavvolgere il nastro fino al novembre 2022, quando la costa marchigiana fu scossa da due eventi significativi che, fortunatamente, scaricarono la loro furia in mare aperto. Da quel momento, sulla terraferma italiana è calato un sipario di immobilità. Non ci sono stati quei rilasci di energia intermedi che solitamente punteggiano la nostra storia sismica e che, in un certo senso, aiutano a comprendere lo stato di salute delle nostre faglie. E sono passati più di tre anni. Fu un caso isolato, prima di quelle scosse nelle Marche bisogna tornare indietro di tanti altri anni per trovare terremoti significativi nel nostro Paese.
Questa calma apparente ci ha fatto perdere la cognizione del tempo. La memoria umana è uno strumento difensivo formidabile e tende a sfumare i ricordi traumatici, ma la geologia ha un orologio tutto suo che non ammette dimenticanze. Sembra ieri, eppure sono passati più di quindici anni da quella notte del 6 aprile 2009 a L’Aquila, quando la faglia appenninica scatenò scossa di magnitudo 6.3 devastando il capoluogo abruzzese. Ne sono passati più di dodici dalle scosse che misero in ginocchio l’Emilia Romagna e la sua economia industriale: magnitudo 5.8 il 20 maggio e 5.9 il 29 maggio del 2012. E sono ormai trascorsi otto anni dalla lunga e terribile sequenza del Centro Italia, che tra Amatrice, Visso e Norcia ridisegnò la geografia di intere vallate con le quattro grandi scosse nell’arco di cinque mesi: magnitudo 6.0 il 24 agosto 2016, magnitudo 5.9 il 26 ottobre, magnitudo 6.5 il 30 ottobre e magnitudo 5.5 il 18 gennaio 2017.
Otto, dodici, quindici anni. In termini umani è il tempo in cui un bambino diventa adulto; in termini sismogenetici, invece, è il tempo necessario a una faglia per “ricaricarsi”, almeno volendo calcolare il tempo medio degli ultimi grandi terremoti d’Italia. È qui che il silenzio attuale assume una sfumatura inquietante. L’Italia si trova schiacciata nella morsa tettonica tra la placca africana e quella eurasiatica. Questa spinta non va mai in vacanza: le placche continuano ad avanzare, millimetro dopo millimetro, ogni singolo giorno. Se questa energia cinetica non viene rilasciata gradualmente attraverso terremoti di media entità, non svanisce nel nulla. Al contrario, si accumula.
Possiamo immaginare la crosta terrestre come una grande molla o un elastico che viene teso costantemente. Se l’elastico scorre un po’ alla volta, l’energia si dissipa senza grandi traumi. Ma se l’elastico si blocca e la mano continua a tirare — come sta accadendo ora in questa fase di blocco sismico — la tensione potenziale aumenta a dismisura. Il silenzio dei sismografi non indica che il motore sotto i nostri piedi si è spento, ma piuttosto che il meccanismo si è inceppato in una fase di accumulo.
I tempi di ritorno e le parole dell’esperto INGV Gianluca Valensise
Il concetto di “tempo di ritorno” è statistico e mai deterministico, motivo per cui nessun scienziato serio fornirà mai una data per il prossimo terremoto. Tuttavia, la storia sismica italiana insegna che i grandi eventi tendono a presentarsi con una certa ciclicità nelle diverse aree sismogenetiche. Esistono zone del nostro Appennino, sia a sud che a nord, dove le faglie non rilasciano energia significativa da tempi molto lunghi, ben superiori alle medie storiche osservate nei secoli scorsi. Queste aree sono quelle che gli esperti chiamano “gap sismici“, vuoti temporali che la natura, prima o poi, tende a colmare.
In un’intervista a MeteoWeb del mese di febbraio 2025 il noto ricercatore dell’INGV, Gianluca Valensise, tra i più importanti sismologi italiani, ha detto: “Non è solo una vostra impressione. Presto servizio presso la sala sismica di Roma, quindi tocco con mano quello che succede. Nei mesi scorsi abbiamo avuto settimane intere senza neanche scosse di magnitudo 3 in tutt’Italia, una cosa davvero insolita. La quiete sismica dei mesi scorsi è quindi davvero particolare. E non riguarda soltanto i terremoti piccoli. In Italia in media accade un forte terremoto ogni cinque anni; un evento che causa danni seri e anche vittime. Adesso sono passati otto anni e mezzo dall’ultimo terremoto significativo, quello del 2016 nell’Appennino centrale, quindi siamo un po’ fuori media. E’ vero che queste sono medie su lunghi periodi, quindi questo ritardo non ha un significato statistico; ci possono essere anche periodi superiori a dieci anni senza terremoti forti. Però è opportuno essere in allerta, perché purtroppo prima o poi qualcosa di serio in qualche zona d’Italia ce lo dobbiamo aspettare”.
Vivere questo periodo di quiete senza terremoti forti, quindi, non dovrebbe quindi indurci a un falso senso di sicurezza, ma dovrebbe essere interpretato come un conto alla rovescia silenzioso. È come se la terra ci stesse concedendo un tempo supplementare, un intervallo prezioso in cui l’assenza di emergenze immediate ci permetterebbe di lavorare sulla prevenzione con lucidità, rafforzando gli edifici e pianificando la sicurezza.
L’anomalo silenzio degli ultimi anni è un velo sottile che copre una realtà geologica in continua evoluzione. L’energia che oggi non si manifesta è energia che domani chiederà il conto. E considerando quanto tempo è passato dagli ultimi grandi drammi nazionali, è ragionevole, seppur inquietante, immaginare che il prossimo capitolo della nostra storia sismica non sia poi così lontano nel futuro. La terra sta trattenendo il respiro, e sta a noi farci trovare pronti quando deciderà di espirare di nuovo.



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