Nelle vaste e selvagge terre dell’Australia preistorica, durante l’epoca del Pleistocene, si muovevano creature che oggi sembrerebbero uscite da un racconto fantastico. Tra queste, i giganti della famiglia dei Macropodidi rappresentavano una sfida vivente alle leggi della fisica. Per lungo tempo, gli scienziati hanno creduto che superata una certa soglia di peso, il salto – il movimento più iconico dei canguri – diventasse meccanicamente impossibile. Tuttavia, un nuovo e approfondito studio condotto da Megan Jones dell’Università di Manchester, in collaborazione con le Università di Bristol e Melbourne, ha gettato nuova luce su questi giganti, rivelando segreti anatomici che cambiano radicalmente la nostra comprensione della loro vita quotidiana.
Oltre il muro dei 160 chili: una sfida alla biomeccanica tradizionale
Fino ad oggi, i modelli scientifici suggerivano che esistesse un limite invalicabile per il salto bipede, stimato tra i 140 e i 160 chilogrammi. Secondo queste teorie, basate sulla semplice proiezione in scala dei canguri moderni, le ossa e i tendini di un animale più pesante si sarebbero inevitabilmente spezzati sotto lo sforzo di un balzo. Ma i giganti del passato, come quelli appartenenti ai generi Protemnodon e Sthenurus, non erano semplicemente versioni “ingrandite” dei canguri rossi che vediamo oggi. La nuova ricerca ha dimostrato che questi animali avevano sviluppato architetture corporee uniche, progettate per sopportare carichi enormi e permettere il movimento balzatorio anche a pesi prossimi ai 250 chili.
L’ingegneria del piede: metatarsi progettati per la pressione
L’analisi condotta dal team di ricerca si è focalizzata su due fattori critici: la resistenza delle ossa del piede e la capacità della caviglia di ospitare tendini abbastanza potenti. Esaminando 134 esemplari tra specie moderne e fossili, gli scienziati hanno scoperto che i canguri giganti possedevano il quarto metatarso – l’osso chiave per il salto – eccezionalmente robusto. Invece di avere ossa fragili e sottili, queste creature erano dotate di metatarsi più corti e spessi, capaci di resistere a forze di atterraggio immense senza il rischio di fratture. I dati indicano che persino le specie più massicce, come il Procoptodon goliah, mantenevano un fattore di sicurezza strutturale paragonabile o superiore a quello dei canguri attuali.
Tendini d’acciaio e il ruolo del calcagno
Un altro elemento fondamentale scoperto dallo studio riguarda il calcagno, l’osso del tallone che funge da punto di ancoraggio per i potenti tendini della caviglia. La ricerca ha rivelato che i calcagni dei canguri preistorici erano proporzionalmente più larghi e solidi rispetto a quelli dei loro discendenti moderni. Questa caratteristica permetteva l’inserimento di tendini del gastrocnemio molto più spessi e resistenti. Sebbene tendini così massicci fossero meno efficienti nel recuperare energia elastica per un salto prolungato, erano perfettamente in grado di sopportare le tensioni esplosive necessarie per sollevare un corpo da un quarto di tonnellata.
Brevi raffiche di velocità per la sopravvivenza
Nonostante la capacità fisica di saltare, è improbabile che questi giganti si muovessero balzando per lunghe distanze come fanno i canguri moderni. Il salto era per loro un’attività faticosa e poco efficiente dal punto di vista energetico. Gli scienziati ipotizzano che il salto facesse parte di un “repertorio di movimenti” più vasto, utilizzato principalmente per brevi scatti di velocità. Questa abilità era fondamentale per attraversare terreni difficili o per sfuggire ai temibili predatori del tempo, come il leone marsupiale Thylacoleo, le cui tracce di morsi sono state identificate proprio su ossa fossili di canguri giganti. Nel resto del tempo, questi animali potevano camminare su due gambe o muoversi a quattro zampe a seconda delle necessità.
Una diversità ecologica perduta
Queste scoperte dipingono il quadro di un’Australia del Pleistocene molto più varia dal punto di vista ecologico rispetto a quella odierna. Mentre oggi i grandi canguri sono principalmente pascolatori, tra i giganti estinti c’erano specie specializzate nel “brucare” foglie e rami dagli alberi, occupando nicchie ecologiche ora vuote. Alcuni, come gli Sthenurinae, avevano posture più erette e bacini larghi che suggeriscono un modo di camminare unico. La capacità di saltare, anche se solo in modo sporadico, ha permesso a queste incredibili creature di dominare il paesaggio per millenni, dimostrando che la natura non smette mai di trovare soluzioni innovative per superare i limiti della taglia e del peso.


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