Anche sulla drammatica frana in corso a Niscemi, siamo costretti a sorbirci quotidianamente i deliri dei catastrofisti del cambiamento climatico sempre intrisi di analfabetismo scientifico e ignoranza meteorologica. Eppure appare chiaro anche ai bambini che l’evento di Niscemi sia differente dalle frane comuni, quelle che – più o meno piccole, più o meno grandi – si verificano a causa delle forti piogge localizzate. Basti pensare ai casi di Sarno e Quindici nel 1998 o Giampilieri e Scaletta Zanclea nel 2009, tanto per rimanere al Sud Italia: disastrose alluvioni provocate da frane meteorologiche, cioè innescate direttamente da piogge torrenziali.
Stavolta non è così. A Niscemi la frana non è stata provocata da una forte pioggia improvvisa. Si tratta di un movimento lento e progressivo che si è verificato, principalmente, in giornate di sole, seppur precedute da abbondanti precipitazioni. Ma quello di Niscemi è un processo geologico di lungo periodo, non una frana improvvisa e inattesa. Infatti, sebbene la memoria collettiva sembra essersi perduta o forse è forzatamente rimossa, gli archivi storici e geologici documentano precedenti significativi che dimostrano come la fragilità del territorio fosse nota già secoli fa.
Il precedente del 12 ottobre 1997
Quella domenica mattina del 12 ottobre 1997 non sembrava diversa dalle altre, se non per un cielo plumbeo che da giorni riversava sulla provincia di Caltanissetta una quantità di pioggia particolarmente intensa, proprio come accaduto nelle scorse settimane. Niscemi, arroccata su un altopiano che domina la piana di Gela, stava per vivere il momento più drammatico della sua storia recente. Almeno fino a due giorni fa. Già dalle prime ore dell’alba, infatti, i residenti dei quartieri Sante Croci e Santa Maria – gli stessi colpiti dalla maxi frana di questi giorni – avevano avvertito scricchiolii sinistri provenire dalle pareti delle proprie abitazioni. Le fessure, inizialmente sottili come fili di ragnatela, si allargavano a vista d’occhio sotto la pressione di un terreno ormai saturo d’acqua. La natura stava presentando il conto di una fragilità geologica antica, accelerata da un autunno meteorologicamente spietato.
Il boato e la voragine del quartiere Sante Croci
Alle ore 10:30 circa, il dramma si trasformò in evento irreversibile. Un boato sordo, descritto dai testimoni come un terremoto lento e prolungato, segnò l’inizio dello scivolamento di un intero versante della collina. Non fu un crollo improvviso, ma un movimento inesorabile di masse di fango e detriti che trascinarono con sé strade, piazze e interi blocchi di cemento armato. Esattamente come in questi giorni, nella stessa identica zona. Eppure sono passati 29 anni! Il quartiere Sante Croci, uno dei più popolosi, vide letteralmente aprirsi la terra sotto i propri piedi. Le immagini dell’epoca mostrano palazzine di tre piani inclinate come torri di Pisa o spezzate a metà, con l’intimità delle stanze da letto esposta al freddo e alla pioggia. Fu un miracolo che non si registrarono vittime dirette, poiché la lentezza del fenomeno permise alla popolazione di fuggire in tempo, lasciando però dietro di sé ogni avere. Proprio come in questi giorni di gennaio 2026! La storia si ripete, identica al passato. Altro che “cambiamento climatico“…
Una fragilità millenaria scritta nell’argilla e nella sabbia
Per comprendere la dinamica della frana di Niscemi occorre guardare alla composizione del suolo su cui sorge la città. Il centro abitato poggia su una spessa coltre di sabbie plioceniche che sovrastano un basamento di argille marnose. Questa configurazione geologica è intrinsecamente instabile: l’acqua piovana filtra rapidamente attraverso la sabbia ma viene bloccata dallo strato argilloso sottostante, che agisce come un vero e proprio piano di scivolamento lubrificato. Nel 1997, l’eccezionalità delle precipitazioni fece sì che la pressione interstiziale dell’acqua raggiungesse livelli critici, trasformando il pendio in una massa fluida incapace di sostenere il peso dell’urbanizzazione sovrastante. Gli studi tecnici successivi evidenziarono come la mancanza di un adeguato sistema di regimazione delle acque bianche avesse contribuito in modo determinante a saturare il sottosuolo.
I numeri ufficiali di un’emergenza nazionale
I dati raccolti dalla Protezione Civile e dagli enti locali nei mesi successivi delinearono un quadro di devastazione quasi bellico. Oltre cento abitazioni furono dichiarate totalmente distrutte o irrimediabilmente compromesse, mentre le ordinanze di sgombero interessarono quasi mille persone, costrette a trovare rifugio presso parenti o in sistemazioni di fortuna. Esattamente come oggi! La frana mobilitò un volume di terra stimato in diversi milioni di metri cubi, interessando un’area di circa venti ettari. Dal punto di vista economico, i danni furono calcolati in decine di miliardi di vecchie lire, considerando non solo il valore degli immobili ma anche la distruzione totale delle infrastrutture a rete, come condutture idriche, fognature e linee elettriche, che rimasero interrotte per mesi in vaste aree della città.
Ancora la scorsa settimana, prima della frana dei giorni scorsi, camminando lungo i margini dell’area colpita, era possibile scorgere i resti di fondamenta che affiorano dal terreno, monito silenzioso della forza distruttrice della natura e della vulnerabilità del territorio siciliano.
La drammatica testimonianza di Tuccio D’Urso
Proprio oggi, Tuccio D’Urso ha pubblicato su Facebook una dichiarazione molto forte. D’Urso è un ingegnere ed esperto tecnico siciliano, noto per aver ricoperto ruoli chiave come commissario per l’emergenza in Sicilia e soggetto attuatore per il Presidente della Regione. Sulla frana di Niscemi ha detto: “Nel ‘97 ero a capo della Protezione civile e grazie ad una ordinanza di Barberi intevenemmo per la frana di Niscemi immediatamente. Commissaria la Prefetta di Caltanissetta Giannola. Finita l’emergenza si bloccò tutto. Le cause? Premesso che su quel versante non si sarebbe mai dovuto costruire, ma si accertò che la concausa erano e sono le infiltrazioni di acque di pioggia e degli scarichi fognari. Sì iniziò a pianificare e realizzare la rete fognante nonché una serie di canali di gronda. Come tante volte anche allora fui allontanato dalla Protezione civile in malo modo. Scomodo al Presidente di turno. Vedo dalle immagini che nulla del sistema di protezione dalle acque è stato realizzato mentre di polemiche ne sono state prodotte a tonnellate“.
L’altra maxi frana del 19 marzo 1790
Il precedente storico più documentato e impressionante della storia è ancora più antico e risale al 19 marzo 1790. Ben 236 anni fa! In quell’occasione, il fenomeno fu così violento e singolare da essere oggetto di una relazione scientifica d’epoca scritta dall’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava. Non si trattò solo di un semplice scivolamento di terra, ma di un evento che i testimoni descrissero con toni quasi apocalittici.
Secondo i resoconti, la terra si squarciò con profonde fenditure dalle quali fuoriuscivano vapori caldi e odori nauseabondi (probabilmente gas sulfurei intrappolati nel sottosuolo). Addirittura, si formò quello che Landolina descrisse come un piccolo “cono vulcanico” di fango e detriti, un fenomeno che oggi i geologi associano alle “macalube” o a violente espulsioni di fango causate dall’altissima pressione dei gas e dell’acqua nelle argille sottostanti. Il movimento durò per otto giorni consecutivi, seminando il panico tra la popolazione dell’epoca e modificando sensibilmente il profilo della collina.
Una vulnerabilità ciclica legata al clima
Oltre all’evento del 1790, la cronaca storica di Niscemi riporta una costante lotta contro il dissesto idrogeologico. Gli studiosi hanno evidenziato come ogni ciclo di piogge eccezionali abbia storicamente riattivato le antiche linee di frattura della collina.
- Il contesto sismico: Niscemi si trova nel Val di Noto, un’area ad altissima sismicità. Storicamente, i grandi terremoti della Sicilia orientale (come quello devastante del 1693 o quello del 1898) hanno creato micro-fratture nel terreno sabbioso-argilloso della città, facilitando l’infiltrazione dell’acqua piovana e preparando il terreno per le frane successive.
- Eventi minori nel XX secolo: Prima del 1997, si registrarono vari smottamenti di minore entità lungo i versanti meridionali e occidentali, spesso interpretati erroneamente come cedimenti strutturali delle singole case piuttosto che come segnali di un movimento profondo dell’intero versante.
La lezione dimenticata
Questi precedenti storici dimostrano che la “natura mobile” di Niscemi era un dato di fatto già nel XVIII secolo. Tuttavia, l’espansione urbana del dopoguerra ha spesso ignorato questi segnali, portando a edificare proprio sopra quelle zone che Landolina Nava, due secoli prima, aveva descritto come instabili.
È paradossale notare come, proprio in questi giorni (gennaio 2026), Niscemi stia rivivendo quell’incubo: una nuova, massiccia frana sta interessando nuovamente il quartiere Sante Croci e la zona della strada provinciale 12, con un fronte di diversi chilometri e oltre mille sfollati. Questo conferma che il fenomeno del 1997 e quello del 1790 non erano eventi conclusi, ma fasi di un processo geologico inarrestabile che continua a ridisegnare il volto della città ogni volta che l’equilibrio idrogeologico viene spezzato.






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