Il Giappone sta per dare il via a un’impresa senza precedenti: estrarre terre rare dai fondali oceanici a una profondità di 6mila metri, più di una volta e mezzo l’altezza del Monte Fuji. L’obiettivo è ridurre la forte dipendenza del Paese dalla Cina per questi materiali, essenziali per tecnologia avanzata come smartphone, auto elettriche e laser. La spedizione, guidata dalla nave scientifica Chikyu, prenderà il largo verso l’isola di Minami Torishima, nel Pacifico, dove i fondali sarebbero ricchi di minerali strategici. La zona potrebbe contenere oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare, equivalenti a centinaia di anni di consumo globale di elementi come il disprosio e l’ittrio, utilizzati nei magneti ad alte prestazioni e nei dispositivi laser. Se l’estrazione diventasse stabile, il Giappone potrebbe assicurarsi un approvvigionamento nazionale indipendente, riducendo la dipendenza dalla Cina.
La scelta di Tokyo arriva in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. La Cina, principale fornitore mondiale di terre rare, ha recentemente rafforzato i controlli sulle esportazioni verso il Giappone, in un momento di attrito legato alla situazione a Taiwan e ad altre questioni diplomatiche. La produzione cinese rappresenta quasi due terzi del mercato minerario globale e oltre il 90% della raffinazione, mentre il Giappone importa dalla Cina circa il 70% delle sue terre rare.
Durante la missione, che durerà fino al 14 febbraio, la Chikyu utilizzerà un sistema di perforazione e una speciale macchina da estrazione per recuperare i fanghi ricchi di minerali dal fondo marino. L’iniziativa segna una prima tappa verso la possibile industrializzazione delle terre rare giapponesi, ma solleva anche preoccupazioni ambientali. È da considerare il rischio di gravi impatti sugli ecosistemi marini e sulle perturbazioni del suolo oceanico. A livello internazionale, l’Autorità dei Fondali Marini spinge per l’adozione di regolamenti globali per rendere sostenibile questa nuova frontiera dell’estrazione mineraria.
L’operazione giapponese nei fondali profondi non è solo un esperimento scientifico: è un passo strategico per la sicurezza economica e tecnologica del Paese, in un settore sempre più al centro di rivalità globali e di sfide ambientali.


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