Giornata Mondiale delle Zone Umide: Italia 4ª in Europa per siti Ramsar

Lo slogan scelto per la Giornata mondiale delle Zone Umide 2026 è "Zone umide e sapori tradizionali. Celebrare il patrimonio culturale"

È tempo di bilanci per l’Italia che il 2 febbraio, in occasione della Giornata mondiale delle zone umide, festeggerà anche il 50° anniversario dalla ratifica italiana della Convenzione internazionale di Ramsar avvenuta nell’aprile del 1976. In fatto di tutela delle zone umide, a livello europeo la Penisola risulta quarta in classifica, a parimerito con la Norvegia, nella top ten dei paesi in Europa con più zone umide di importanza internazionale inserite nella lista Ramsar. Ne conta ad oggi 63 siti distribuiti in 15 regioni per un totale di 81.091 ettari. A questi andranno ad aggiungersi a breve, tre nuovi siti, tutti in Sicilia, al momento ancora in fase di istituzione, per un totale di 66 zone umide. Meglio dell’Italia fanno il Regno Unito, primo in classifica con 176 siti Ramsar, seguito da Spagna (76) e Svezia (68), paesi che hanno ratificato la Convenzione tra il ‘76, il ‘75 e l’82. Al quinto posto, dopo Italia e Norvegia, ci sono invecePaesi Bassi con 58 siti Ramsar, Francia (55), Ucraina (50), Filandia (49), Irlanda (45), Danimarca (43), paesi che hanno ratificato la Convenzione negli anni ‘80, ad eccezione di Filandia (1975), Danimarca (1978) ed Ucraina (‘91).

Il punto di Legambiente

A fare un punto e a chiedere maggiore tutela è Legambiente che oggi diffonde i dati del suo X report dal titolo Ecosistemi acquatici 2026. Insieme per le zone umide, frutto dell’elaborazione dell’associazione sulla base dei numeri del portale Ramsar e di quello del Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica, annunciando anche il grande week-end di appuntamenti in programma – circa 60 eventi in 16 regioni – organizzati nella Penisola dai suoi circoli e regionali a partire da questo week-end (30, 31 gennaio e 1° febbraio) a quello del 6,7, 8 febbraio e coinvolgendo oltre 40 realtà tra associazioni e amministrazioni locali.  Obiettivo far conoscere ai cittadini questi importanti ecosistemi, oggi sempre più fragili a causa delle pressioni antropiche (urbanizzazione, cementificazione, agricoltura intensiva) e della crisi climatica in atto, e su cui bisogna alzare il livello di tutela e di protezione insieme ad una maggiore gestione sostenibile.

Regioni italiane con più siti Ramsar

A livello regionale, sono 15 le regioni della Penisola (Lombardia, Veneto, Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Campania, Trentino-Alto-Adige, Friuli-Venezia-Gulia, Sicilia Umbria, Abruzzo, Basilicata, Calabria), che hanno zone umide di importanza internazionale. La Toscana con 11 siti è quella che vanta più aree umide riconosciute negli ultimi 50 anni nella Convenzione di Ramsar, seguita da Emilia-Romagna (10), Sardegna (9), Lazio e Lombardia (entrambe ne contano rispettivamente 6), Veneto (4), Friuli-Venezia-Giulia (3), Sicilia (3), Puglia (3), Campania e Basilicata (rispettivamente 2), Trentino-Alto-Adige, Umbria, Abruzzo e Calabria (rispettivamente 1 a testa). Parliamo di siti come laghi, paludi, torbiere, lagune, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali, che sono importanti scrigni di biodiversità, preziosi alleati nella lotta alla crisi climatica, oltre ad immagazzinare grandi quantità di carbonio. Dalla laguna di Orbetello (GR) al Lago di Barrea (AQ) in Abruzzo alla Valli Residue del comprensorio del Comacchio (Parco Delta del Po) allo stagno Molentargius in Sardegna, a Cagliari, ai laghi di Sabaudia (LT), solo per citarne alcuni.

Proposte

Legambiente lancia oggi un appello al Governo e al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per chiedere in primis, sulla base di quanto previsto dalla Strategia Europea per la Biodiversità 2030 e dalla Convenzione Ramsar, più aree naturali protette per migliorare la tutela degli ecosistemi acquatici e una maggiore tutela delle zone umide. Accanto a questa richiesta Legambiente chiede anche più integrazione normativa e gestione unitaria del capitale naturale, di ridurre l’inquinamento e contrastare l’illegalità e le specie aliene, di frenare il degrado degli ecosistemi acquatici per garantire più servizi ecosistemici a partire dall’applicazione della Restoration Law, integrare la programmazione e la pianificazione multilivello, migliorare la resilienza degli ecosistemi attraverso la realizzazione di piani di mitigazione e adattamento ai cambiamenti integrati con la pianificazione ordinaria, ed infine promuovere la partecipazione, la co-gestione e la programmazione negoziata. Inoltre, non bisogna dimenticare l’importanza e il valore delle tante buone pratiche in atto nella Penisola: si va dal centro di referenza per la biodiversità acquatica del Piemonte all’operazione Laghi Sicuri 2025 avviata dalla Guardia Costiera, al progetto di restauro ambientale Re Lake, solo per citarne alcune.

Ritardi e criticità

Per Legambiente è anche importante che l’Italia superi ritardi e problemi burocratici che ad oggi rallentano la tutela delle zone umide e la creazione di nuove aree protette. Circa il 6 % delle zone umide inserite nel PMWI (Pan Mediterranean Wetland Inventory che si occupa del censimento delle aree umide presenti nella Penisola), stando ai dati ISPRA, non è protetto in quanto non ricade in un’area protetta o in un Sito Natura 2000, esponendole a rischi immediati di trasformazione d’uso. Dall’altro lato c’è anche un problema legato alla lentezza degli iter, in particolare ai tempi che intercorrono tra la data di designazione e quella del riconoscimento internazionale tramite la pubblicazione sul sistema informativo della Convenzione di Ramsar. Legambiente stima che la media di questo intervallo temporale attualmente è di circa 14 anni.

Valore culturale delle zone umide e approccio multilivello

Quest’anno lo slogan scelto dalla Giornata mondiale delle Zone Umide 2026 è “Zone umide e sapori tradizionali. Celebrare il patrimonio culturale” per ricordare che il valore culturale di questi ambienti si intreccia con tradizioni locali e comunità locali, archeologia, spiritualità, arte, educazione ambientale, turismo sostenibile. Per questo Legambiente ribadisce che oggi una delle sfide da affrontare è quella di mettere in campo un approccio più multilivello che tenga conto dei processi ecologici, valori culturali e pratiche sociali, anche per rispondere con più efficacia alla crisi climatica in atto. Secondo il Global Wetland Outlook 2025, nel mondo, è andato perso circa il 22% dell’estensione complessiva delle zone umide mondiali, pari a oltre 400 milioni di ettari.