Quando nel 2009 è finita sotto i riflettori mediatici, ai tempi della pandemia di influenza A/H1N1, era stata ribattezzata ‘macchina cuore-polmoni’ o macchina ‘riposa-polmoni’. Negli anni più volte l’Ecmo, metodica di supporto respiratorio avanzato, è diventata speranza di vita per casi gravissimi (come quello del maratoneta 18enne Jiri Marzi recuperato a Como sulla cresta di un monte in arresto cardiocircolatorio per una gravissima ipotermia). Oggi torna alla ribalta delle cronache per la tragedia di Crans Montana. E’ infatti la metodica con cui, spiegano dal Policlinico di Milano in una nota, “è trattato un giovane paziente ustionato” nell’incendio di Capodanno, da oggi ricoverato nella Terapia intensiva dell’Irccs di via Sforza, dopo il trasferimento dall’ospedale Niguarda di Milano. Una decisione motivata dalla grave insufficienza respiratoria sviluppata dal paziente, che si è innestata su una patologia precedente e richiede procedure specifiche per questo tipo di problematica, ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso.
Il Policlinico di Milano riveste per la Lombardia il ruolo di coordinatore nella gestione della sindrome da insufficienza respiratoria acuta e grave e possiede un’elevata esperienza clinica nell’Ecmo (fu tra l’altro proprio un luminare di questo ospedale, Luciano Gattinoni, che nella seconda metà degli anni ’70, insieme al collega americano Theodor Kolobow, validò in una serie di esperimenti quella che allora era una nuova apparecchiatura di assistenza extra-corporea per la ventilazione meccanica). L’Ecmo, spiega oggi Giacomo Grasselli, anestesista rianimatore, direttore del Dipartimento Area Emergenza Urgenza Policlinico di Milano, “è una metodica di supporto extracorporeo che viene utilizzata nei pazienti con una grave insufficienza respiratoria e/o una grave insufficienza cardiaca. Esistono due grossi tipi di Ecmo: l’Ecmo veno-venoso che è quello che viene utilizzato nei pazienti che hanno bisogno prevalentemente di un supporto respiratorio e l’Ecmo veno-arterioso che invece viene utilizzato in pazienti con insufficienza cardiaca, shock cardiogeno o arresto cardiaco”. I pazienti che subiscono un danno da ustione, chiarisce l’esperto, “possono sviluppare un’insufficienza respiratoria così grave da necessitare di supporto Ecmo, da un lato per l’effetto tossico del fumo inalato e dall’altro poi per la possibile sovrapposizione di complicanze infettive e polmoniti che sono più frequenti in questi pazienti perché la mucosa polmonare diventa più fragile e perché la necessità di ventilazione meccanica prolungata e di intubazione aumenta inevitabilmente il rischio di contrarre delle infezioni polmonari”.
I dettagli
La metodica, continua Grasselli, prevede che venga prelevato il sangue “da una grossa vena e fatto passare attraverso un ossigenatore, un polmone artificiale che ha la stessa funzione dei polmoni naturali, cioè aggiunge ossigeno e rimuove l’anidride carbonica. Poi il sangue così ossigenato viene reimmesso nel corpo del paziente o nel sistema venoso, se si vuole dare prevalentemente un supporto respiratorio, oppure in un’arteria, se si vuole invece supportare anche la funzione cardiaca. È una tecnica avanzata che viene utilizzata nei pazienti che hanno condizioni piuttosto serie, cioè condizioni resistenti ai trattamenti più convenzionali e per questo viene attuata in centri molto specializzati”. In Lombardia, prosegue lo specialista, “abbiamo una rete di centri Ecmo che garantiscono ai pazienti con insufficienza respiratoria o cardiaca refrattaria l’accesso a questo tipo di supporto”. La durata del trattamento “è molto variabile a seconda della gravità della condizione. Abbiamo avuto pazienti in Ecmo veno-venoso per polmonite o insufficienza respiratoria anche per alcuni mesi. Quindi è un po’ difficile prevedere la durata del supporto”.
Possibili complicanze? “Le principali – spiega Grasselli – sono legate innanzitutto al fatto che, siccome il sangue viene a contatto con del materiale artificiale tende a coagulare, a formare dei trombi, quindi il malato deve essere anticoagulato, cioè bisogna somministrargli delle sostanze che rendono il sangue più fluido e che quindi aumentano il rischio di emorragie. E poi ci sono tutti i rischi legati all’allettamento prolungato, al ricovero in terapia intensiva, alla possibilità di sviluppo di insufficienze d’organo legate alla malattia critica e all’estrema fragilità del paziente in queste condizioni”. Dopo il supporto Ecmo “nei pazienti che migliorano e che possono essere ‘svezzati’ da questo tipo di supporto, quello che succede è che gradualmente riprendono la loro funzione respiratoria, prima assistita dal ventilatore in terapia intensiva e poi, se il malato guarisce, è possibile autonomizzarli completamente anche dal supporto del ventilatore meccanico. Nella maggioranza dei casi, se l’Ecmo è stato iniziato per una causa reversibile, come per esempio la polmonite, è possibile che la funzione respiratoria torni completamente normale, sovrapponibile a quella che il paziente aveva prima di ammalarsi”.



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