Dietro la precisione millimetrica delle previsioni meteorologiche che consultiamo ogni giorno si nasconde un racconto fatto di eccellenza accademica italiana e una curiosa evoluzione linguistica che lega la città di Bologna alla mitologia antica. La storia dei modelli meteorologici del CNR inizia ufficialmente tra i corridoi dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, dove la necessità di studiare i complessi fenomeni atmosferici dell’area mediterranea ha dato vita a una stirpe di algoritmi dai nomi evocativi.
Il capostipite di questa famiglia tecnologica è il BOLAM, un nome che a prima vista potrebbe sembrare una parola astratta ma che in realtà racchiude l’orgoglio geografico della ricerca italiana. L’acronimo sta infatti per Bologna Limited Area Model. La scelta di includere la sigla “BO” non è stata casuale: essa celebra la città che ha ospitato il nucleo storico dei ricercatori che, a partire dagli anni Novanta, hanno rivoluzionato la modellistica a scala regionale. Essendo un modello ad area limitata, il BOLAM ha rappresentato il primo grande salto di qualità rispetto ai modelli globali, permettendo di zoomare sull’Italia e sul Mediterraneo per interpretare con maggiore accuratezza l’interazione tra le masse d’aria e l’orografia tormentata della nostra penisola.
Con l’avanzare della potenza di calcolo e la necessità di prevedere fenomeni sempre più piccoli e violenti, come i temporali localizzati, i ricercatori del CNR hanno sentito l’esigenza di superare i limiti fisici del BOLAM. Da questa evoluzione è nato il MOLOCH. In questo caso, la costruzione del nome rivela un lato più creativo e quasi letterario degli scienziati. L’acronimo ufficiale è Modello Locale a Convezione Hesplicita, dove la lettera “H” è stata inserita in modo forzato o mutuata dal termine inglese per permettere alla sigla di comporre una parola di senso compiuto che incutesse un certo rispetto.
Il termine Moloch richiama infatti una divinità antica, spesso associata nella letteratura e nel cinema a una macchina monumentale, complessa e insaziabile. La scelta di questo nome riflette perfettamente la natura del software: un gigante computazionale capace di “masticare” una quantità enorme di dati per risolvere esplicitamente i moti verticali dell’aria. Se il BOLAM osserva l’atmosfera con la saggezza di chi guarda il quadro generale, il MOLOCH vi si immerge con la forza bruta di un’analisi ad altissima risoluzione, capace di scendere fino a un chilometro di dettaglio per catturare l’essenza stessa della convezione atmosferica.
Ancora oggi, questi due modelli lavorano in una sorta di simbiosi gerarchica che i meteorologi chiamano nesting. Il BOLAM funge da guida macroscopica, ereditando i dati dai sistemi globali e restringendo il campo d’azione, mentre il MOLOCH interviene all’interno di questa cornice per analizzare i dettagli più minuti. Questa combinazione tra l’identità bolognese e la potenza quasi mitologica del calcolo esplicito continua a rappresentare uno dei pilastri della meteorologia italiana, dimostrando come anche dietro formule matematiche e codici di programmazione possa celarsi una narrazione che unisce il territorio alla sfida intellettuale verso l’imprevedibilità del cielo.



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