Il 2 febbraio 1703, giorno della Candelora, un violento terremoto colpì L’Aquila e un vasto territorio del Centro Italia, segnando uno degli eventi sismici più devastanti della storia nazionale. Era l’atto più tragico di una lunga sequenza iniziata mesi prima, che tra gennaio e febbraio aveva già messo in ginocchio la Valnerina, l’alto Reatino e l’Abruzzo settentrionale. La scossa del 2 febbraio rase al suolo gran parte del capoluogo abruzzese: chiese affollate per le celebrazioni crollarono improvvisamente, causando migliaia di vittime. Solo all’Aquila si stimano tra i 2mila e i 3mila morti. I danni furono enormi anche nei paesi della Valle dell’Aterno, già provati dalle scosse precedenti, in un drammatico “effetto cumulo” che amplificò la distruzione.
Il sisma fu avvertito da Napoli a Venezia e provocò danni persino a Roma, dove crollarono parti del Colosseo. L’impatto emotivo e sociale fu profondo: nacquero processioni, pratiche di penitenza e interventi straordinari della Chiesa e delle autorità civili.
Da quella tragedia però nacque anche una nuova idea di ricostruzione. A L’Aquila furono introdotte tecniche edilizie antisismiche innovative per l’epoca, che ancora oggi segnano l’impianto urbano della città.



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