Nelle ultime settimane, tra la fine di gennaio e questi primi giorni di febbraio 2026, gli Stati Uniti sono stati teatro di un evento atmosferico di portata storica, caratterizzato da una ferocia e un’estensione geografica raramente osservate in un singolo episodio invernale. Sono stati 15 giorni da era glaciale, per uno degli inverni più freddi almeno degli ultimi due secoli! Una combinazione di fattori meteorologici, monitorati costantemente dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e dal National Weather Service (NWS), ha generato una “tempesta perfetta” che ha coinvolto oltre 230 milioni di cittadini americani. Dalle nevicate record nel New Mexico fino al ghiaccio paralizzante nel Deep South, per finire con una rara e massiccia nevicata nelle Carolinas, l’inverno 2025-2026 si sta imponendo come uno dei più severi degli ultimi decenni, mettendo a dura prova le infrastrutture energetiche e i trasporti dell’intera nazione.
La genesi della tempesta: un sistema transcontinentale
L’evento principale, che ha dominato le cronache tra il 23 e il 27 gennaio 2026, è nato da un complesso sistema di bassa pressione originatosi sul Pacifico. Secondo le analisi satellitari della NOAA, questo sistema ha attraversato le Montagne Rocciose per poi scontrarsi con una massa d’aria artica eccezionalmente gelida che scendeva dal Canada. Il risultato è stato un fronte di tempesta lungo oltre 3.200 chilometri, esteso dal confine con il Messico fino al Maine e alle regioni orientali del Canada. I meteorologi del NWS hanno descritto l’evento come “potenzialmente storico” fin dalle prime fasi, una previsione che si è purtroppo avverata con precisione chirurgica. A differenza delle classiche tempeste invernali che colpiscono aree localizzate, questo sistema ha coperto quasi la metà degli Stati Uniti continentali con neve, ghiaccio o temperature sotto lo zero, creando una continuità di disagi dal Texas fino al confine canadese.
Nella mappa del NOAA le anomalie termiche tra 18 e 24 gennaio negli USA: estesi picchi settimanali di -12°C rispetto alla norma nel Nord-Est del Paese!
Record di neve e ghiaccio: dal Midwest al Sud
L’intensità delle precipitazioni nevose ha frantumato record pluriennali in diverse località. I dati ufficiali riportati dagli uffici locali del National Weather Service dipingono un quadro impressionante. Nel New Mexico, la località di Bonito Lake ha registrato un accumulo straordinario di 79cm, un valore estremo per la latitudine. Spostandosi verso il Midwest, l’impatto è stato altrettanto severo ma con implicazioni logistiche ancora più complesse. La città di Evansville, nell’Indiana, ha documentato la sua seconda nevicata più abbondante di sempre con 31,75cm, mentre Paducah, in Kentucky, ha segnato il settimo evento nevoso più grande della sua storia climatica. Non si è trattato solo di neve: una vasta fascia del sud, comprendente Arkansas, Mississippi, Tennessee e Louisiana, è stata flagellata da una tempesta di ghiaccio (“ice storm”) devastante. In queste aree, l’accumulo di ghiaccio sulle linee elettriche e sugli alberi ha causato il collasso di intere porzioni della rete elettrica, lasciando al buio oltre un milione di utenze nel momento di maggior picco della crisi.
Il secondo atto: l’eccezione delle Carolinas e del Sud-Est
Mentre il paese tentava di riprendersi dalla prima ondata, un secondo sistema perturbato si è sviluppato tra il 30 gennaio e il 1° febbraio 2026, concentrando la sua furia sugli stati sud-orientali, un’area tradizionalmente meno attrezzata per gestire inverni rigidi. Il National Weather Service ha confermato che una depressione al largo della costa atlantica si è rapidamente intensificata, trasformandosi in un potente “Nor’easter“. Questo sistema ha portato nevicate che non si vedevano da anni in North e South Carolina, con accumuli che in alcune zone hanno variato tra i 30 e i 60cm. Fenomeno ancora più raro, sono stati segnalati fiocchi di neve persino in alcune parti della Florida, causati dall’effetto dell’aria gelida che scorreva sopra le acque più calde dell’oceano. La NOAA ha evidenziato come il rapporto neve-acqua in questo evento sia stato insolitamente alto (neve molto “asciutta” e voluminosa), a causa dell’aria estremamente secca e fredda presente al suolo, una condizione tipica delle latitudini settentrionali e molto rara per il sud degli Stati Uniti.
Temperature estreme e il Vortice Polare
Al di là delle precipitazioni, è stato il campo termico a definire l’eccezionalità di questo periodo. Le stazioni di rilevamento hanno registrato valori che la NOAA classifica come anomalie statistiche significative. A Seagull, nel Minnesota, la colonnina di mercurio è precipitata fino a -42°C, mentre i valori di “wind chill” (la temperatura percepita a causa del vento) hanno raggiunto i -30°C e -40°C in vaste aree delle pianure settentrionali e del Midwest. Anche il sud non è stato risparmiato: avvisi per freddo estremo (“Extreme Cold Warnings”) sono stati emessi fino al confine messicano, e la Florida settentrionale è stata posta sotto sorveglianza per il gelo (“Freeze Watches”). Questa intrusione di aria artica così profonda è stata attribuita dagli scienziati a un indebolimento del Vortice Polare stratosferico, che ha permesso all’aria gelida, solitamente confinata nell’Artico, di “versarsi” verso le latitudini medie, un fenomeno che sembra presentarsi con crescente violenza e imprevedibilità.
Mappatura termica del gelo: le minime record nelle principali aree urbane
Analizzando nel dettaglio i dati grezzi validati dalle stazioni di rilevamento del National Weather Service e archiviati nei database della NOAA relativi agli ultimi quindici giorni, emerge una graduatoria del freddo che disegna una mappa di sofferenza climatica estesa dai confini artici fino alle latitudini subtropicali, ordinata qui dalla città più gelida a quella meno fredda in gradi centigradi. Il picco assoluto del gelo in area urbana è stato toccato a Fairbanks (Alaska) con una minima glaciale di -43°C, seguita immediatamente dal cuore congelato delle Grandi Pianure dove Grand Forks (North Dakota) ha segnato -39°C e Duluth (Minnesota) è scesa a -37°C. La morsa del freddo non ha allentato la presa scendendo di latitudine, con Bismarck (North Dakota) a -36°C, l’area metropolitana di Minneapolis (Minnesota) a -34°C, e Sioux Falls (South Dakota) che ha registrato -33°C.
Spostandosi verso le Montagne Rocciose e il Midwest settentrionale, i termometri hanno segnato -32°C a Eau Claire (Wisconsin), -31°C a Billings (Montana), -30°C a Casper (Wyoming) e -29°C nella solitamente gelida Green Bay (Wisconsin). L’ondata ha poi investito le pianure centrali e i Grandi Laghi con valori estremi: Des Moines (Iowa) ha toccato i -28°C, Omaha (Nebraska) i -27°C, mentre la metropoli di Chicago (Illinois) e la vicina Milwaukee (Wisconsin) sono precipitate a -26°C. Il fronte artico ha poi avvolto la “Rust Belt”, portando Detroit (Michigan) a -24°C, Indianapolis (Indiana) e Burlington (Vermont) a -23°C, seguite da Cleveland (Ohio) a -22°C e Buffalo (New York) a -21°C. La soglia dei venti sottozero è stata raggiunta anche a Pittsburgh (Pennsylvania) con -20°C, mentre l’aria fredda si incuneava a ovest a Salt Lake City (Utah) e Denver (Colorado), entrambe a -19°C.
Scendendo verso latitudini solitamente più temperate, l’anomalia è evidente: St. Louis (Missouri) ha registrato -18°C, seguita da Kansas City (Missouri) e Hartford (Connecticut) a -17°C, mentre la costa est vedeva Boston (Massachusetts) e Providence (Rhode Island) scendere a -16°C. Anche il corridoio dell’Ohio e l’interno nord-ovest non sono stati risparmiati, con Louisville (Kentucky) a -15°C e Boise (Idaho) a -14°C. Le grandi metropoli della costa atlantica hanno vissuto notti polari, con New York City (New York) a -13°C, Philadelphia (Pennsylvania) e Wilmington (Delaware) a -12°C, e la capitale Washington D.C., insieme a Baltimore (Maryland), bloccata a -11°C.
Il freddo ha poi sfondato nel sud e nel sud-ovest con valori storici: Charleston (West Virginia) e Nashville (Tennessee) hanno toccato i -10°C, Oklahoma City (Oklahoma) e Little Rock (Arkansas) i -9°C, mentre nel deserto alto Albuquerque (New Mexico) è scesa a -8°C. La costa sud-orientale ha visto il gelo a Richmond (Virginia) e Raleigh (North Carolina) con -7°C, arrivando a paralizzare hub cruciali come Atlanta (Georgia) e Birmingham (Alabama) a -6°C. Il Deep South ha visto Jackson (Mississippi) e Dallas (Texas) precipitare a -5°C, mentre Charlotte (North Carolina) e Portland (Oregon), sulla costa opposta, segnavano -4°C. Persino città marittime o meridionali come Seattle (Washington) e Columbia (South Carolina) sono andate a -3°C, con Reno (Nevada) a -2°C e Baton Rouge (Louisiana) a -1°C.
Infine, le città che sono riuscite a rimanere attorno o sopra lo zero, pur registrando temperature ben al di sotto delle medie stagionali, chiudono questa classifica: Las Vegas (Nevada) e Houston (Texas) hanno toccato lo 0°C, Phoenix (Arizona) e New Orleans (Louisiana) si sono fermate a +2°C, Sacramento (California) a +3°C, San Francisco (California) a +4°C, Jacksonville (Florida) a +5°C, Los Angeles (California) a +6°C, San Diego (California) a +7°C, fino ai +9°C di una freddissima Miami (Florida) e ai +18°C di Honolulu (Hawaii), unica vera oasi di calore in una nazione congelata.
Impatto sulle infrastrutture e contesto climatico globale
Le conseguenze di questa ondata di gelo sono state severe. Oltre ai già citati blackout che hanno colpito il sud, il settore dei trasporti ha subito una paralisi quasi totale in alcune regioni. Migliaia di voli sono stati cancellati in hub cruciali come Chicago, Atlanta e New York, e il servizio ferroviario Amtrak ha subito interruzioni diffuse. Le autorità hanno collegato a queste tempeste un numero tragico di vittime, dovute a incidenti stradali su strade ghiacciate, ipotermia e intossicazioni da monossido di carbonio causate dall’uso improprio di generatori durante i blackout. Dal punto di vista climatologico, la NOAA inserisce questo evento nel contesto di una fase di La Niña debole, che storicamente può favorire inverni più variabili e secchi al sud, ma che in questo caso, combinata con anomalie termiche negli oceani e nel Pacifico, ha creato le condizioni per un blocco atmosferico che ha favorito la discesa di aria polare.
L’inverno record degli USA
L’inverno 2025-2026, e in particolare il periodo tra fine gennaio e inizio febbraio, verrà ricordato negli annali della meteorologia statunitense come un punto di riferimento per l’intensità e l’estensione dei fenomeni invernali. I dati raccolti dal National Weather Service confermano che non si è trattato di una semplice ondata di freddo, ma di un evento composito che ha riscritto i record locali di accumulo nevoso e di temperature minime in dozzine di stati. La capacità del sistema atmosferico di produrre neve abbondante dal deserto del New Mexico fino alle coste subtropicali della Carolina del Sud testimonia l’energia eccezionale in gioco e la complessità delle dinamiche climatiche attuali, offrendo agli scienziati della NASA e della NOAA nuovi, cruciali dati per comprendere l’evoluzione degli eventi meteorologici estremi nel ventunesimo secolo.




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