Dopo settimane di maltempo estremo e ininterrotto, piogge record, nevicate straordinarie sui rilievi e temperature rigide, finalmente quest’ultima parte del mese di febbraio 2026 sta regalando giornate dalle caratteristiche tipicamente primaverili al Nord Italia, suscitando il consueto coro di allarmismo mediatico che accompagna ogni variazione termica verso l’alto. Totalmente fuori luogo, a maggior ragione alla luce dell’evidenza di due mesi di piogge eccezionali e maltempo senza sosta. Nella giornata di venerdì Torino ha registrato una temperatura massima di +20°C, mentre Milano ha raggiunto i +19°C. Poi, sabato 21 febbraio, il termometro ha registrato una massima di +15°C nel capoluogo piemontese e di +14°C in quello lombardo. Sebbene si tratti di valori indubbiamente superiori alle medie del periodo, un’analisi scientifica rigorosa e basata sui dati storici ufficiali dell’Aeronautica Militare dimostra che siamo ben lontani dai record assoluti stabiliti nei decenni passati, smentendo la narrazione di un’anomalia senza precedenti.
L’effetto favonio e il ritorno (dopo oltre due mesi) dell’Anticiclone delle Azzorre
La fiammata termica osservata nelle ultime quarantotto ore non è frutto di un surriscaldamento globale incontrollato, bensì di precise e note dinamiche atmosferiche. Venerdì, la presenza del vento di caduta dalle Alpi, il cosiddetto Favonio o foehn, ha causato un rapido riscaldamento localizzato a valle per il fenomeno della compressione adiabatica, portando l’aria a scaldarsi progressivamente mentre scendeva verso le pianure di Piemonte e Lombardia. Questo fenomeno, del tutto naturale e ciclico, dipende dalla direzione dei venti (in quel caso, di maestrale), ed è stato poi sostituito dalla stabilità dell’Anticiclone delle Azzorre, che garantirà tempo stabile e temperature miti anche nei prossimi giorni. La colonnina di mercurio, infatti, pur rimanendo mite, è sensibilmente diminuita rispetto ai picchi del giorno precedente. È fondamentale distinguere tra un evento meteorologico indotto dalla compressione dei venti e un trend climatico di lungo periodo, per evitare di cadere in facili quanto errate interpretazioni catastrofiste.
Il paradosso delle escursioni termiche tra gelo notturno e mitezza diurna
Un aspetto che i narratori del “clima apocalittico” tendono spesso a ignorare è la straordinaria ampiezza dell’escursione termica in regime anticiclonico. Si concentrano solo sulle temperature massime, ma ignorano il gelo delle minime che compensa l’anomalia determinando una media giornaliera molto più vicina alla normalità climatica assoluta del periodo. Un caso emblematico è quello registrato a Capriglio, nell’Astigiano, dove a soli 200 metri di altitudine la colonnina di mercurio è stata protagonista di un balzo vertiginoso: dai -4°C delle ore 7 del mattino ai +21°C delle ore 15. Questi 25 gradi di differenza in appena otto ore non sono il segnale di uno stravolgimento irreversibile, ma la diretta conseguenza dell’irraggiamento notturno favorito dai cieli tersi . Anche nei prossimi giorni, sotto il dominio delle Azzorre, assisteremo a questo dualismo meteorologico: un gelo pungente all’alba, con temperature ampiamente sotto lo zero nelle aree rurali e di pianura, contrapposto a un clima pomeridiano gradevole. È la dimostrazione che l’inverno non è affatto scomparso, ma convive con la fisiologica variabilità delle alte pressioni invernali.
I dati dell’Aeronautica Militare: quando nel secolo scorso faceva molto più caldo
Per riportare il dibattito su binari scientifici, è necessario consultare i registri storici delle stazioni meteo ufficiali. Se i +20°C di venerdì a Torino possono sembrare elevati, la memoria storica ci riporta al record assoluto della stazione di Torino Caselle, che per febbraio segna ben +24,8°C e risale al 1990. Significa che 36 anni fa la temperatura in questo stesso periodo dell’anno, fu di ben cinque gradi superiori rispetto alla giornata di ieri. Sfogliando gli archivi storici, troviamo un picco di +20,2°C a febbraio addirittura nel 1967, ben 59 anni fa. Quando la temperatura era analoga a quella che oggi fa gridare allo scandalo.
Ancora più emblematico è l’episodio dell’11 marzo 1990, quando la temperatura in città toccò i +29,8°C, quasi sfiorando la soglia dei trenta gradi in pieno inverno astronomico. I dati dell’Aeronautica Militare confermano che picchi simili, o addirittura superiori, sono stati raggiunti e superati decenni fa, quando la sensibilità mediatica era differente.
Ecco i record storici ufficiali di caldo (massime assolute) per i mesi di febbraio e marzo nelle principali stazioni del Nord Italia:
- Torino Caselle: Febbraio +24,8°C (1990) / Marzo +29,8°C (1990)
- Milano Linate: Febbraio +24,3°C (1990) / Marzo +28,1°C (2002)
- Genova Sestri: Febbraio +24,5°C (1990) / Marzo +27,2°C (2002)
- Piacenza San Damiano: Febbraio +25,1°C (1990) / Marzo +27,4°C (2001)
- Bologna Borgo Panigale: Febbraio +24,6°C (1990) / Marzo +27,0°C (2001)
- Verona Villafranca: Febbraio +22,7°C (1990) / Marzo +27,3°C (2012)
- Venezia Tessera: Febbraio +22,0°C (2021, record 1990: +21,4°C) / Marzo +25,3°C (1977)
- Bolzano: Febbraio +23,3°C (1990 e 2021) / Marzo +28,2°C (2012)
- Udine Rivolto: Febbraio +23,2°C (1990/2021) / Marzo +25,6°C (1977)
- Trieste Ronchi: Febbraio +24,0°C (1990) / Marzo +26,8°C (1977)
Questi numeri dimostrano inequivocabilmente che le temperature attuali, seppur generose, rientrano nella variabilità estrema che il Nord Italia ha sempre manifestato.
Il fallimento delle profezie sulla fine della neve e dello sci alpino
Circa quarant’anni fa, negli anni ’80 e nei primi anni ’90, proprio dopo quei record di caldo che come vediamo rimangono ancora oggi imbattuti, autorevoli esponenti della ricerca e media mainstream lanciarono previsioni funeste sul futuro delle nostre montagne. Si sentenziava con certezza che entro vent’anni lo sci alpino sarebbe scomparso e che la neve non sarebbe più caduta nemmeno alle quote superiori ai 2.000 metri. Quelle affermazioni, che oggi appaiono grottesche e di una comicità involontaria, sono state letteralmente sommerse dai fatti. La realtà odierna ci mostra un arco alpino ancora capace di grandi nevicate e stagioni invernali vibranti, smentendo drasticamente chi, mosso da un’ideologia sensazionalistica, cercava di trasformare una fase climatica in una sentenza definitiva di morte per l’ambiente alpino.
Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e la rivincita della verità climatica
La smentita più fragorosa ai profeti di sventura arriva proprio in questi giorni dalle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Mentre in pianura si discute di temperature miti, le immagini trasmesse in mondovisione dalle sedi di gara mostrano bufere di neve e tempeste bianche che hanno messo a dura prova atleti e organizzatori. Le piste perfettamente innevate e l’abbondanza di precipitazioni nevose sulle Dolomiti e sulle Alpi piemontesi sono la testimonianza tangibile che l’inverno è in ottima salute. Vedere i campioni mondiali gareggiare sotto nevicate fitte proprio nell’anno in cui, secondo le vecchie previsioni, la neve avrebbe dovuto essere un ricordo del passato, rappresenta la vittoria della verità scientifica sull’allarmismo mediatico.

Oltre il sensazionalismo per una scienza al servizio dei fatti
È tempo di stigmatizzare con forza chi specula su ogni giornata di sole per alimentare una narrazione apocalittica finalizzata al controllo dell’opinione pubblica attraverso la paura. La meteorologia è una scienza basata su osservazioni e dati, non una branca della retorica politica. Occuparsi della verità significa ammettere che, proprio perchè il riscaldamento globale è un tema serio, la sua strumentalizzazione attraverso il travisamento dei dati storici è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La resilienza del sistema climatico alpino e la ciclicità delle ondate di calore, documentate da oltre un secolo di rilevazioni, ci ricordano che la natura possiede dinamiche molto più complesse e meno lineari di quanto i catastrofisti vogliano farci credere.


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