Il cambiamento climatico sta causando danni misurabili a livello globale, ma fino ad oggi è mancata una definizione quantitativa chiara di ciò che la politica internazionale definisce come perdite e danni o Loss and Damage. Un team di ricercatori guidato da Marshall Burke della Stanford University ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature uno studio intitolato Quantifying climate loss and damage consistent with a social cost of carbon. La ricerca introduce un quadro matematico innovativo che permette di collegare le emissioni passate e future di specifiche fonti a danni monetizzati e localizzati geograficamente. Il risultato più sorprendente di questa analisi è la scoperta che i danni futuri derivanti dalle emissioni già rilasciate in atmosfera sono almeno un ordine di grandezza più grandi rispetto ai danni storici causati dalle medesime emissioni. In altre parole, saldare i debiti per i danni passati non significa affatto estinguere il debito generato dalle emissioni storiche, che continueranno a erodere la ricchezza mondiale per i decenni a venire.
La sproporzione tra danni passati e futuri nelle stime economiche
Il cuore dello studio risiede nella scomposizione del costo economico del biossido di carbonio in tre componenti distinte: i danni storici scontati già verificatisi, i danni futuri previsti derivanti dalle emissioni passate e i danni futuri che scaturiranno dalle emissioni presenti o prossime. Utilizzando stime empiriche della relazione non lineare tra temperatura e produzione economica aggregata, i ricercatori hanno dimostrato una sproporzione enorme. Per fare un esempio concreto, una singola tonnellata di CO2 emessa nel 1990 ha causato circa 180 dollari di danni globali entro il 2020, ma si stima che causerà ulteriori 1.840 dollari di danni entro il 2100. Questa differenza di dieci volte evidenzia come l’impatto del riscaldamento globale non sia un evento statico, ma un processo cumulativo che agisce su economie sempre più calde e, di conseguenza, più vulnerabili. Le emissioni precedenti generano danni maggiori perché agiscono sull’economia per più anni e perché gli effetti sulla crescita si sommano nel tempo, creando un divario persistente nella produzione economica rispetto a uno scenario senza riscaldamento.
Responsabilità nazionali e impatto geografico del debito climatico
Il quadro sviluppato da Burke e colleghi permette di attribuire con precisione i danni economici ai singoli stati emettitori, evidenziando una profonda disuguaglianza tra chi causa il problema e chi ne subisce le conseguenze. Le emissioni degli Stati Uniti dal 1990 ad oggi sono state la principale fonte di danni globali, causando perdite stimate in 10,2 trilioni di dollari entro il 2020. Di questa cifra, circa 500 miliardi di dollari di danni sono stati inflitti all’India e 330 miliardi al Brasile. Anche la Cina e l’Unione Europea figurano tra i maggiori responsabili, con danni stimati rispettivamente in 8,7 e 6,42 trilioni di dollari per lo stesso periodo. La distribuzione geografica di questi impatti mostra che, mentre i paesi ad alta latitudine possono sperimentare benefici modesti o danni limitati, le nazioni tropicali e delle medie latitudini subiscono i danni più gravi in termini di riduzione della crescita del PIL. Sebbene in termini relativi i danni siano più pesanti per le economie a basso reddito, in termini assoluti le perdite maggiori si registrano nelle economie più grandi del mondo a causa della vastità della ricchezza esposta.
Il peso delle scelte individuali e la responsabilità delle aziende
Lo studio non si limita ai grandi stati, ma scende nel dettaglio dei comportamenti individuali e delle attività aziendali, offrendo una prospettiva inedita sulla responsabilità climatica. I ricercatori hanno calcolato che un singolo volo a lungo raggio effettuato ogni anno nell’ultimo decennio comporterà circa 25.000 dollari in danni futuri entro il 2100. Allo stesso modo, le emissioni derivanti dai voli privati effettuati nel 2022 da celebrità e miliardari come Bill Gates, Elon Musk o Taylor Swift genereranno ciascuna oltre un milione di dollari in danni scontati entro la fine del secolo. Sul fronte aziendale, le cosiddette carbon majors, ovvero le grandi compagnie petrolifere e minerarie, mostrano responsabilità colossali. Si stima che le emissioni prodotte e utilizzate da Saudi Aramco tra il 1988 e il 2015 abbiano causato 3 trilioni di dollari di danni economici globali fino al 2020, con danni futuri previsti che superano i 60 trilioni di dollari entro il 2100. Anche per ExxonMobil i dati sono imponenti: 1,6 trilioni di danni storici e circa 29 trilioni di danni futuri derivanti dalle emissioni passate.
L’inefficacia della rimozione del carbonio in caso di ritardo
Una delle conclusioni più critiche dello studio riguarda le strategie di rimozione del carbonio (CDR), spesso invocate come soluzione per rimediare alle emissioni già rilasciate. Sebbene la rimozione tecnologica della CO2 offra teoricamente un’alternativa ai pagamenti compensativi, la sua efficacia nel limitare i danni diminuisce drasticamente all’aumentare del ritardo tra l’emissione e la cattura. I ricercatori spiegano che il riscaldamento verificatosi nel periodo di attesa crea un cuneo nell’economia: la crescita rallenta e, anche se il carbonio viene rimosso anni dopo, l’economia riprende a crescere da un livello iniziale più basso rispetto a quello che avrebbe raggiunto senza l’interferenza climatica. Una rimozione effettuata con 25 anni di ritardo riesce a ridurre i danni futuri solo del 50% rispetto a uno scenario senza rimozione. Questo significa che il danno continua a manifestarsi anche dopo che la tonnellata di CO2 è stata tecnicamente eliminata dall’atmosfera, rendendo la prevenzione e la riduzione immediata delle emissioni molto più convenienti e sicure di qualsiasi intervento riparativo tardivo.



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