Esiste una minaccia invisibile, che agisce silenziosamente sotto il pelo dell’acqua, mettendo a rischio l’equilibrio idraulico nel Delta del Po: è la cosiddetta “subsidenza sommersa”, cioè un fenomeno tanto subdolo quanto pericoloso, poiché si sottrae alla vista immediata, ma agisce in profondità, alterando inesorabilmente i fondali dei canali e compromettendo la complessa rete di scolo, deputata a tenere asciutto il territorio. Mentre l’abbassamento del suolo in superficie è un dato tristemente noto ed osservabile, la sua declinazione nei corpi idrici rappresenta la faccia meno visibile, ma strutturalmente più critica dell’eredità lasciata dalle estrazioni di gas metano.
Il lento e costante deterioramento degli alvei dei corsi d’acqua, i disallineamenti dei fondali e la modifica delle pendenze non sono semplici variazioni morfologiche, ma rappresentano potenziali cause di allagamenti, cedimenti spondali e di manufatti per un sistema, che vive di calcoli millimetrici. In un territorio dove le pendenze dei lunghi canali sono progettate con estrema precisione per garantire il deflusso rapido delle acque, ogni minimo cambiamento strutturale riverbera i suoi effetti a grande distanza, rischiando di paralizzare la vitale rete idraulica del Delta.

Per anni, il contrasto a questa deriva è stato sostenuto dai fondi della Legge 205/2017, che tra il 2018 e il 2024 ha garantito e consentito, al Consorzio di bonifica Delta del Po, interventi per complessivi 4.100.000 euro: questi finanziamenti, tradotti in investimenti annuali da 600.000 euro, hanno permesso di intervenire su tutte le unità territoriali del comprensorio, operando su decine di chilometri di canali, oltre che su impianti idrovori e manufatti di regolazione. Tuttavia, con l’esaurimento delle annualità, il 2025 ha segnato un drammatico punto di rottura.
“In assenza di rifinanziamento statale, il Consorzio di bonifica Delta del Po, per proseguire nel risanamento della rete idraulica, è stato costretto a stanziare direttamente 400.000 euro: è il valore delle annualità previste dalla legge 205/2017, al netto dei costi di I.V.A. e gestione” spiega il Presidente dell’ente consortile, Virginia Taschini. “Si tratta di cifre, che gravano direttamente sui consorziati per riparare un danno derivante dal passato, ma i cui effetti sono ancora in corso” evidenzia Massimo Gargano, Direttore Generale dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI).
Decine di interventi dell’ente consorziale hanno consentito di manutenere molti dei principali canali del comprensorio; la rete di scolo nel Delta Po veneto è però costituita da 607 chilometri di scolo e, sebbene non tutti presentino criticità, il lavoro da svolgere a causa della subsidenza è ancora enorme. “Con un bilancio consortile di circa 9.500.000 euro, già eroso da 3 milioni di costi energetici, il peso di questi interventi sottrae risorse vitali ad altri interventi fondamentali in epoca di crisi climatica” aggiunge Taschini. “In mancanza di un rifinanziamento governativo, anche il bilancio previsionale 2026 dovrà farsi carico di tale onere”.
“Di fronte alle ipotesi di riavvio delle trivellazioni in Alto Adriatico e che ci vedono dichiaratamente contrari, ribadiamo la necessità quantomeno di compensazioni certe per un’attività di difesa del suolo, che non può essere rinviata, pena la vulnerabilità dell’intero ecosistema deltizio, che interessa sia il Veneto che l’Emilia Romagna” conclude Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI.



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