Una forte scossa di terremoto ha colpito nella notte, precisamente alle ore 00:03, il mar Tirreno appena al largo del Golfo di Napoli, tra Ischia e Capri e precisamente pochi chilometri a Sud di Capri. La scossa è stata molto forte: di magnitudo 6.1 secondo i dati del German Research Centre for Geosciences, di magnitudo 6.0 secondo il glorioso USGS statunitense e di magnitudo 5.9 secondo l’INGV. Fortunatamente, la scossa è stata molto profonda: si è prodotta a 414km di profondità secondo l’INGV, anche se c’è una controversia anche sull’ipocentro che secondo l’USGS è stato a 372km di profondità e secondo il German Research Centre for Geosciences è stato a 377km di profondità. In ogni caso, la grande profondità ha limitato il risentimento sismico in superficie, nonostante la magnitudo importante. Le onde sismiche si sono propagate a grande distanza e sono state avvertite in tutt’Italia, seppur in modo lievissimo, dalle Alpi al Canale di Sicilia.
I dati dell’INGV, infatti, segnalano un lieve risentimento sismico con segnalazioni da tutto il Paese, dall’estremo Nord fino all’estremo Sud! Tante segnalazioni da Milano, Verona, Bologna, ma anche dallo Stretto di Messina e dalla Sicilia. Il risentimento simico è stato comunque molto lieve, con un movimento ondulatorio debole.
È davvero singolare come un evento di tale portata possa trasformarsi in un “fantasma” sismico, ma la spiegazione risiede tutta nell’architettura invisibile che sostiene il bacino del Mediterraneo. Quello che è accaduto stanotte alle 00:03 nel Mar Tirreno rappresenta una lezione magistrale di geodinamica, dove l’energia colossale di una magnitudo 6.1 viene quasi interamente dissipata dalla profondità abissale.
Le mappe con l’epicentro esatto:
La Meccanica del “Slab” in discesa
Il terremoto non si è originato lungo le faglie crostali superficiali che siamo abituati a temere, ma all’interno della cosiddetta litosfera ionica. Si tratta di un lembo di crosta oceanica antichissima che sta letteralmente affondando sotto l’Arco Calabro e il Mar Tirreno in un processo di subduzione. Questa placca fredda e densa scivola nel mantello terrestre seguendo un’inclinazione precisa che gli esperti chiamano Piano di Wadati-Benioff. Sotto il Golfo di Napoli, questa “lingua” di roccia si trova già a profondità estreme, spesso superiori ai 300 o 400 chilometri.
A tali profondità la roccia non dovrebbe più rompersi in modo fragile a causa delle temperature elevatissime, eppure il sisma avviene per via di repentine transizioni di fase dei minerali. Minerali come l’olivina, sotto pressioni inimmaginabili, cambiano improvvisamente la loro struttura cristallina diventando più densi. Questo riassetto molecolare istantaneo libera un’energia d’urto enorme, che si propaga verso l’alto come un’onda d’urto da un’esplosione sotterranea profonda.
Cronache degli abissi: i precedenti
Il Tirreno meridionale è uno dei rarissimi laboratori naturali al mondo dove si verificano questi “giganti profondi”. Sebbene siano frequenti, solo pochi raggiungono magnitudo tali da finire sui radar della cronaca. Il precedente più significativo è certamente quello del 13 aprile 1938, un evento con magnitudo stimata intorno a 7.0 che scosse le fondamenta del Tirreno a circa 300 km di profondità; nonostante la potenza, i danni furono trascurabili.
| Data | Magnitudo | Profondità | Impatto |
| 13 Aprile 1938 | ~7.0 | 300 km | Avvertito in tutto il Sud, ma senza danni gravi |
| 27 Dicembre 2013 | 4.9 | 310 km | Quasi del tutto impercettibile alla popolazione |
| 28 Ottobre 2016 | 5.7 | 474 km | Registrato dai sismografi durante l’emergenza in Centro Italia |
Perché è stato avvertito così poco in superficie?
La mancata percezione del sisma in modo netto a Napoli e nelle aree limitrofe, nonostante la densità abitativa, non è un miracolo ma pura fisica della propagazione. Quando l’ipocentro si trova a 370-410 km di profondità, la distanza che le onde sismiche devono percorrere per raggiungere le case è talmente vasta che l’energia si attenua drasticamente. In geofisica, l’intensità delle onde di volume decade con il quadrato della distanza, un processo di attenuazione geometrica che filtra le alte frequenze, ovvero quelle vibrazioni rapide e secche che noi avvertiamo come “scossa”.
Inoltre, il mantello terrestre funge da filtro naturale. Le onde P (primarie) e S (secondarie) devono attraversare strati di roccia caldi e parzialmente fusi che assorbono gran parte dello slancio. Se questo stesso evento di magnitudo 6.1 si fosse verificato a soli 10 km di profondità, la vicinanza alla superficie avrebbe trasformato l’energia in onde superficiali devastanti, con effetti simili o superiori al terremoto dell’Irpinia del 1980. La profondità è stata, a tutti gli effetti, il nostro scudo termodinamico.
La disputa sui numeri
Le divergenze tra le agenzie (INGV, USGS e GFZ) che hanno oscillato tra il 5.9 e il 6.1 sono del tutto fisiologiche. Il calcolo della magnitudo per terremoti così profondi si basa su modelli matematici della velocità delle onde nel mantello che variano da centro a centro. Mentre l’INGV tende a utilizzare modelli tarati specificamente sulla crosta e sul mantello italiano, l’USGS applica modelli globali che possono portare a leggere sovrastime o sottostime. In ogni caso, la concordanza sulla profondità estrema (oltre i 370 km) conferma l’assoluta non pericolosità dell’evento per le strutture civili.







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