Guerra in Medio Oriente, il ‘Generale Meteo’ decide tutto: ecco perché pioggia e nuvole possono diventate armi invisibili di USA, Israele e Iran

Perché l'aumento delle temperature riduce la densità dell'aria, limitando il carico bellico e la capacità di decollo di jet e droni

Da giorni siamo incollati alla TV per via del conflitto in atto tra Stati Uniti, Israele e Iran. La nostra attenzione, in questo caso, finisce sempre su droni, missili e interventi diplomatici. Eppure c’è un protagonista che lavora nell’ombra e che, alla fine, decide quasi tutto: il meteo. Non è solo il contorno dello scenario, ma è una variabile importante che decide se dare avvio ad un’operazione, se fallisce o se un missile finisce fuori rotta. Pensate alla visibilità. Se ci sono nuvole basse o foschia densa che spesso cancella l’orizzonte, identificare un bersaglio diventa un incubo anche per i sensori più moderni. E non è solo una questione di “vedere”: i venti in quota sono dei giganti invisibili. Se un computer non calcola alla perfezione la velocità in tropopausa, la traiettoria di un missile può deviare di diversi metri, trasformando un colpo chirurgico in un errore disastroso.

L’Iran poi è un territorio complicatissimo. Tra rilievi altissimi come gli Zagros e le coste del Golfo Persico, si creano dei contrasti termici pazzeschi. Le tempeste di sabbia, ad esempio, non sono solo fastidiose per i soldati, ma sono capaci di intasare i motori dei jet in pochi minuti e di mandare completamente in tilt i radar. Per non parlare poi del caldo: l’aria in questo caso è meno densa, e questo significa che gli aerei e i droni fanno molta più fatica a prendere quota o a volare con dei carichi. È fisica pura, ma sul campo si traduce in missioni che devono essere rimandate o ridimensionate.

Anche chi sta dall’altra parte, cioè chi deve difendersi, deve fare i conti con il meteo. Una pioggia torrenziale o una nevicata in montagna possono sporcare il segnale dei radar, creando dei punti ciechi dove un drone nemico potrebbe infilarsi indisturbato. È un po’ come cercare di vedere qualcuno che corre sotto un lampione durante un violento temporale.

E mentre i militari pianificano, i voli civili restano nel mezzo. Con lo spazio aereo già ridotto dai divieti di sorvolo per le operazioni belliche, dover evitare anche una perturbazione diventa un problema per i piloti di linea, che si ritrovano a volare in corridoi strettissimi.

La cosa affascinante, se così si può dire, è che il maltempo può diventare anche un’arma. Se una forza aerea è addestrata a operare in condizioni proibitive, può decidere di attaccare proprio quando vi è una situazione di maltempo, usando nuvole o tempeste come scudo per nascondersi dai sistemi di difesa nemici.

Un’altra questione, non meno importante. Dato che i droni sono diventati i veri protagonisti di questi conflitti, bisogna immaginare che per loro l’aria non sia solo uno spazio vuoto, ma una specie di autostrada che può diventare improvvisamente ripidissima o piena di insidie. Se il drone deve fare uno sforzo triplo per restare in volo, è chiaro che l’autonomia crolla verticalmente.

In posti come l’Iran, dove d’estate o nelle zone desertiche le temperature salgono tantissimo, l’aria diventa molto rarefatta. Questo diventa un bel problema: meno l’aria è densa, meno ‘grip’ hanno le eliche del drone. Per evitare di cadere, il motore deve girare molto più velocemente per generare la stessa spinta che avrebbe con temperature più miti.

Risultato? Le batterie si scaricano prima del previsto o, addirittura, il carburante può esaurirsi quando si è ancora lontani dalla base. Spesso i comandi devono scegliere se caricare meno armi o accettare che il drone torni indietro dopo metà del tempo stabilito.

Il vento, inoltre, non è mai un problema solo se soffia in senso contrario. Certo, un forte vento frontale rallenta il drone e lo costringe a consumare un’enormità per avanzare, ma anche il vento laterale può diventare micidiale. Per restare sulla rotta stabilita e non finire fuori bersaglio, il drone deve volare “di traverso”, usando i motori per contrastare la spinta laterale. È un lavoro costante di micro-correzioni che ruba energia secondo dopo secondo. Nelle missioni a lungo raggio, una raffica costante può ridurre il raggio d’azione anche del 20% o 30%, che in guerra può fare la differenza tra colpire l’obiettivo o finire a secco nel deserto.

C’è poi la questione del particolato e della polvere, tipica di quei teatri operativi. La sabbia non si limita a sporcare gli obiettivi delle fotocamere; entra nei meccanismi e si deposita sulle superfici alari. Anche se sembra invisibile, quello strato di polvere rovina l’aerodinamica del mezzo, creando attrito. È come se il drone diventasse improvvisamente più pesante e meno aerodinamico. Inoltre, i filtri dell’aria dei droni a motore termico possono intasarsi, costringendo il motore a lavorare sotto sforzo e surriscaldarsi, riducendo drasticamente l’efficienza.

Potrebbe sembrare strano parlando di Iran, ma dato che i droni di nuova generazione volano a quote altissime per non essere abbattuti, possono andare incontro a temperature polari. Se c’è umidità, inoltre, si può formare ghiaccio sulle ali. Il ghiaccio è il peggior nemico del volo: appesantisce il mezzo e ne deforma il profilo alare. Un drone che sta ghiacciando deve scendere di quota per scongelarsi, ma così facendo entra nel raggio d’azione dei radar e dei missili nemici. È una trappola continua tra sicurezza e autonomia.

Chi programma queste missioni non guarda solo i chilometri da percorrere, ma deve calcolare ogni singola folata di vento e ogni grado di temperatura. Senza un calcolo perfetto del meteo, anche il drone più tecnologico del mondo rischia di diventare un costoso pezzo di metallo che cade nel posto sbagliato.