Nelle ultime ore il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha confermato il completamento delle prime 100 ore dell’Operazione “Epic Fury”, una vasta campagna militare condotta contro infrastrutture strategiche iraniane. L’offensiva, iniziata nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo, ha visto l’impiego coordinato di forze statunitensi e israeliane con l’obiettivo di neutralizzare la capacità militare iraniana, colpire i principali siti nucleari e garantire il controllo dello spazio aereo e marittimo della regione.
L’operazione è stata caratterizzata da un ritmo estremamente rapido. Nelle primissime ore del conflitto, gli Stati Uniti hanno lanciato una massiccia ondata di missili da crociera e attacchi di precisione contro sistemi radar, batterie antiaeree, basi missilistiche e centri di comando distribuiti in tutto il territorio iraniano. I bersagli principali erano le infrastrutture di difesa aerea e i nodi di comunicazione militare, elementi considerati fondamentali per paralizzare la capacità di risposta di Teheran.
Già nella mattinata del 1° marzo, secondo quanto indicato dal comando operativo, le forze statunitensi avevano raggiunto una superiorità aerea significativa lungo la costa iraniana e nelle regioni centrali del Paese. Questo risultato ha consentito agli aerei da combattimento e ai droni di operare con maggiore libertà sopra aree strategiche. Nelle stesse ore, l’aviazione israeliana avrebbe ottenuto il controllo dello spazio aereo sopra la capitale, Teheran, concentrando i propri attacchi su installazioni militari e infrastrutture legate al programma nucleare.
La fase successiva dell’operazione, avviata il 2 marzo, ha visto l’impiego di bombardieri strategici statunitensi a lungo raggio. Velivoli come B-2, B-1 e B-52 sono stati utilizzati per colpire obiettivi in profondità nel territorio iraniano, tra cui strutture sotterranee, depositi di missili e complessi industriali sospettati di essere collegati allo sviluppo nucleare. Secondo fonti militari, molti degli attacchi sono stati eseguiti con armi guidate di precisione progettate per distruggere bunker e infrastrutture fortificate.
Parallelamente alle operazioni aeree, la marina statunitense ha intensificato la propria presenza nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman, aree cruciali per il traffico energetico globale. Entro il 3 marzo, il comando navale statunitense ha dichiarato di aver neutralizzato la maggior parte delle capacità navali iraniane nella regione, garantendo il controllo delle principali rotte marittime. L’ultima fase delle prime 100 ore, completata il 4 marzo, ha visto l’intervento dei sottomarini nucleari d’attacco statunitensi, incaricati di eliminare le unità navali iraniane rimaste operative. Secondo il rapporto operativo diffuso dal Pentagono, almeno una nave da guerra iraniana sarebbe stata affondata durante queste operazioni.
Gli attacchi hanno interessato numerose aree dell’Iran, con concentrazioni di obiettivi militari nelle regioni attorno a Teheran, Isfahan, Qom, Shiraz e lungo la costa del Golfo Persico. In queste zone si trovano molte delle infrastrutture militari e nucleari più sensibili del Paese. Un ruolo fondamentale nell’operazione è stato svolto dalle basi militari statunitensi dislocate in Medio Oriente, in particolare in Qatar, Bahrain, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Queste installazioni hanno fornito supporto logistico, piste di decollo per gli aerei da combattimento e piattaforme per il lancio di missili e operazioni navali.
Con il completamento delle prime 100 ore dell’Operazione Epic Fury, gli Stati Uniti sostengono di aver raggiunto gli obiettivi iniziali della campagna: ridurre drasticamente la capacità difensiva iraniana, colpire le infrastrutture militari strategiche e stabilire il controllo aeronavale nella regione. Resta ora da vedere come evolverà la situazione sul piano politico e militare, mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione le possibili conseguenze di questa escalation nel Medio Oriente.


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