Guerra Iran, l’acqua nel mirino: impianti di desalinizzazione colpiti tra Iran e Bahrein, cresce il rischio “blackout” idrico

L’acqua potabile nella regione arriva quasi interamente dal mare attraverso infrastrutture energetiche complesse

Per la prima volta nella storia recente, gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, infrastrutture vitali per milioni di persone nel Golfo Persico, sono stati colpiti da attacchi militari. Episodi avvenuti tra Iran e Bahrein hanno acceso i riflettori su un rischio finora poco discusso: la possibilità che l’acqua stessa diventi arma di guerra in una delle regioni più aride del pianeta. Nel Golfo, la gran parte dell’acqua che raggiunge le case non arriva da fiumi o laghi, ma dal mare. Viene trasformata in acqua potabile grazie a giganteschi impianti che rimuovono il sale, alimentati da energia fossile. Senza di essi, la sopravvivenza quotidiana sarebbe impossibile. Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar e Oman ricavano tra l’80 e il 90% dell’acqua potabile da questi impianti, mentre l’Arabia Saudita – che possiede la più grande capacità di desalinizzazione al mondo – ne ottiene circa il 70%. In totale, si parla di oltre 60 milioni di persone fortemente dipendenti da questa tecnologia.

Da risorsa vitale a bersaglio strategico

Negli ultimi mesi, l’Iran ha denunciato un raid statunitense che avrebbe colpito un impianto sull’isola di Qeshm, lasciando senz’acqua decine di villaggi. Pochi giorni dopo, un drone iraniano ha danneggiato un impianto in Bahrein. Gli analisti ritengono che questi episodi rappresentino un pericoloso precedente: è la prima volta che impianti di desalinizzazione vengono colpiti apertamente nel quadro di uno scontro regionale.

Impianti di desalinizzazione Golfo Persico

Finora gli attacchi sono stati limitati, ma la sola idea che queste strutture possano diventare obiettivi ha scatenato allarme. Un bombardamento su larga scala sarebbe devastante: le grandi città della regione – come Abu Dhabi, Doha, Kuwait City o Geddadipendono quasi totalmente dall’acqua del mare. Tuttavia, un “blackout idrico” istantaneo e totale, come suggeriscono alcuni post virali sui social, è poco realistico. Molti Paesi del Golfo mantengono riserve strategiche per alcuni giorni o settimane e dispongono di più impianti distribuiti lungo la costa, rendendo difficile un collasso immediato.

Un rischio reale, non un’apocalisse

Gli esperti sottolineano però che anche interruzioni temporanee basterebbero a mettere in crisi milioni di persone, con effetti a catena su salute pubblica, economia e stabilità. In regioni dove le temperature possono superare i 45°C e non esistono fiumi perenni, restare senza acqua per pochi giorni può diventare un’emergenza umanitaria. La desalinizzazione è ormai considerata infrastruttura critica quanto l’energia o le reti digitali. Il problema è che questi impianti sono concentrati in pochi punti costieri: un vantaggio economico, ma anche un’enorme vulnerabilità strategica.

Il mondo verso una “bancarotta idrica”

Il tema si inserisce in un contesto globale di crescente crisi idrica. Secondo un rapporto dell’Università delle Nazioni Unite, il pianeta sta entrando in una fase di “bancarotta idrica”: si usano più risorse di quante se ne possano rigenerare. Falde acquifere in discesa, ghiacciai in ritirata, laghi che scompaiono e inquinamento crescente stanno mettendo a rischio oltre 3 miliardi di persone e più della metà della produzione alimentare mondiale. In India le falde acquifere si abbassano a ritmi da record, negli Stati Uniti cresce la contaminazione da PFAS, e in Medio Oriente – dove la natura non offre alternative – la desalinizzazione è diventata l’unica ancora di salvezza. Ma non è invulnerabile.

Prepararsi alla crisi

“Prepararsi di conseguenza” non significa spalleggiare scenari apocalittici, ma investire nella resilienza: potenziare la sicurezza degli impianti, diversificare le fonti idriche locali (come la raccolta di pioggia o il riuso delle acque), e inserire la sicurezza idrica nelle strategie di difesa e di adattamento climatico.