Le Alpi stanno perdendo la loro memoria. Quelli che per millenni sono stati considerati giganti immutabili, i ghiacciai, si stanno oggi rivelando archivi fragilissimi, custodi di una cronaca dettagliata del nostro pianeta che rischia di svanire per sempre prima ancora di essere letta interamente. Un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Earth Science ha gettato una luce inquietante e affascinante su ciò che resta di questi depositi naturali, concentrandosi sulla Cima del Lago Bianco, un picco a 3.500 metri di quota situato sul confine tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco.
Una biblioteca profonda 10 metri
Nel 2019, un team di ricercatori ha estratto da questo sito una carota di ghiaccio lunga 10 metri. Questo “cilindro” di tempo congelato contiene informazioni preziose che risalgono a circa 6mila anni fa. Intrappolate negli strati di neve pressata, si trovano particelle di ogni tipo: pollini che raccontano la vegetazione del passato, fuliggine derivante da antichi incendi e metalli che testimoniano l’attività industriale umana.
Tuttavia, il dato più allarmante riguarda la velocità della fusione: oggi, in quello stesso punto, lo spessore del ghiacciaio si è ridotto a poco più di 5 metri. In soli 6 anni, metà di questo archivio millenario è letteralmente colata a valle sotto forma di acqua di fusione.
L’impronta dell’uomo: dal Medioevo alla modernità
L’analisi chimica dei campioni ha permesso di ricostruire l’impatto antropico con una precisione sorprendente. Non dobbiamo pensare all’inquinamento come a un fenomeno esclusivamente moderno. I ghiacci ci dicono che abbiamo iniziato a lasciare un segno profondo già secoli fa.
“A partire dal 950 d.C. circa, compaiono picchi di arsenico, piombo, rame e argento che coincidono con fasi di intensa attività mineraria e metallurgica medievale nelle Alpi e in altre regioni europee”, spiega Azzurra Spagnesi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, prima autrice dello studio.
Questi metalli pesanti, trasportati dai venti e depositati sulle vette più alte, tracciano la storia dello sviluppo economico europeo. Dalle prime miniere medievali fino al XVII secolo, l’impronta umana si è fatta via via più marcata, sovrapponendosi alle naturali fluttuazioni del clima.
Una corsa contro il tempo
Il lavoro dei ricercatori, condotto in collaborazione con l’Istituto per la ricerca interdisciplinare sulla montagna dell’Accademia austriaca delle scienze (Öaw), è una vera e propria missione di salvataggio. Ogni centimetro di ghiaccio che si scioglie rappresenta una pagina strappata dal libro della storia climatica della Terra.
Se non riusciremo a studiare questi campioni in tempo, perderemo la possibilità di capire non solo come il clima sia cambiato in passato, ma anche come la nostra specie abbia iniziato a modificarlo molto prima dell’era industriale.


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