L’eccezionale ondata di gelo e neve di marzo 1987, quando la Siberia si trasferì sull’Italia | DATI

Meteo amarcord, la storica ondata di gelo e neve che colpì l'Italia a marzo 1987: temperature clamorose negli archivi ufficiali dell'aeronautica militare

In questi giorni di fine marzo caratterizzati da freddo, maltempo e neve fuori stagione, non possiamo ricordare quanto accaduto 39 anni fa quando proprio a marzo l’Italia veniva colpita da una delle ondate di gelo e neve più intense della storia. Quel marzo 1987, infatti, non fu un semplice mese di passaggio tra l’inverno e la primavera come accade di consueto ogni anno, ma un capitolo brutale e affascinante della storia climatica italiana. Mentre i mandorli iniziavano a fiorire e l’Italia si preparava al risveglio stagionale, un mostro meteorologico si stava destando nelle remote steppe siberiane. Fu l’anno del “Grande Gelo di Primavera”, un evento che polverizzò i record storici e mise in ginocchio il Mezzogiorno, trasformando il tacco d’Italia in un lembo di terra artica.

Il Ponte di Weikoff e l’urlo del Buran

Tutto ebbe inizio nei primi giorni del mese. Una possente cellula di alta pressione si era stabilizzata sull’Europa settentrionale, congiungendosi con l’anticiclone russo-siberiano. In meteorologia, questa configurazione è nota come “Ponte di Weikoff”. Questo corridoio di alte pressioni permise a una massa d’aria gelida, di origine artico-continentale, di scivolare con moto retrogrado (da est verso ovest) verso il bacino del Mediterraneo. Il protagonista assoluto fu il Buran, il vento gelido della steppa. Entrò in Italia dalla “Porta della Bora” e dai valichi balcanici con una violenza inaudita. Le mappe a 850 hPa (circa 1500 metri di quota) mostravano colori violacei: un’isoterma di -12°C / -15°C che puntava dritta verso le regioni adriatiche e meridionali. Era una “sciabolata” fredda che non si vedeva, per intensità e tempistica, da decenni.

Cronaca di un’apocalisse bianca: i giorni della neve

L’irruzione iniziò a manifestarsi tra il 3 e il 4 marzo, ma fu tra il 5 e l’8 marzo che l’evento divenne epocale. Mentre il Nord Italia restava sotto un cielo terso ma gelido (il cosiddetto “freddo secco”), il versante adriatico e il Sud venivano investiti dall’Adriatic Snow Effect (ASE). L’aria gelida, scorrendo sopra le acque del Mar Adriatico più calde, si caricava di umidità, scaricandola sotto forma di bufere di neve incessanti una volta raggiunta la costa.

Le cronache dell’epoca descrivono scene surreali. A Rimini, la neve cadeva con temperature di -5°C; ad Ancona, il porto divenne una lastra di ghiaccio bianco. Ma fu scendendo verso sud che la situazione divenne drammatica. La Puglia fu letteralmente sommersa. Bari, Brindisi e Taranto videro cadere centimetri su centimetri, ma fu il Salento a vivere il suo giorno più incredibile: Lecce si svegliò sotto mezzo metro di neve, un evento che molti anziani paragonarono alla mitica nevicata del 1956.

neve trulli alberobello marzo 1987

I numeri del gelo: record e statistiche ufficiali

I dati rilevati dalle stazioni dell’Aeronautica Militare e dell’ENAV tra il 6 e l’8 marzo 1987 sono ancora oggi oggetto di studio per la loro eccezionalità tardiva. Ecco i valori minimi più significativi registrati durante il picco dell’evento:

  • Potenza (AM): -12,2°C (7 marzo) – Record storico assoluto per il mese.
  • Gioia del Colle (BA): -11,0°C (7 marzo) – Un valore siberiano per le Murge.
  • Lecce Galatina: -9,0°C (7 marzo) – Record che superò persino il gelo del 1985.
  • Grosseto (AM): -7,4°C (7 marzo) – Gelo durissimo in Toscana.
  • Pescara (AM): -7,4°C (7 marzo) – Record storico costiero.
  • Foggia Amendola: -7,4°C (7 marzo) – Agricoltura del Tavoliere distrutta.
  • Ancona Falconara: -7,3°C (6 marzo) – Bufere di neve sulla costa.
  • Crotone (AM): -4,0°C (7 marzo) – Un dato incredibile per la costa jonica calabrese.
  • Roma Ciampino: -4,0°C (7 marzo) – Con neve al suolo nella Capitale.
  • Catania Sigonella: -1,4°C (8 marzo) – Gelo nelle piane di agrumi siciliane.

Puglia e Basilicata: il cuore del ciclone bianco

La Puglia fu la regione più martoriata. Il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno apriva con titoli che parlavano di “Regione isolata”. I collegamenti ferroviari furono interrotti e molte strade statali divennero impercorribili a causa di cumuli di neve alti oltre due metri, accumulati dal vento di bora. In Basilicata, la situazione era ancora più grave: paesi come Potenza e Matera rimasero senza energia elettrica per ore, con temperature che all’interno delle abitazioni scendevano vicino allo zero.

Un aneddoto celebre riguarda il “Treno del Sole”, un convoglio carico di passeggeri che rimase bloccato per quasi un’intera notte nelle campagne pugliesi. I soccorritori dovettero utilizzare i mezzi cingolati dell’Esercito per raggiungere i vagoni e portare coperte e bevande calde alle persone intrappolate, mentre fuori la visibilità era azzerata dalla tormenta.

Roma e il sud: miracoli di cristallo e disagi epocali

Anche Roma non fu risparmiata. Tra il 6 e il 7 marzo, la Città Eterna fu teatro di una nevicata magica. Non fu l’accumulo record del 1986, ma la qualità della neve era diversa: era neve “asciutta”, polverosa, che attecchiva istantaneamente su ogni superficie grazie alle temperature costantemente sotto zero. Le foto del Colosseo e di Piazza Navona sotto quel velo bianco restano tra le più belle dell’ultimo secolo.

In Sicilia, la neve fece la sua comparsa sulle spiagge di Messina e persino a Palermo (mista a pioggia). Ma il vero dramma si consumò nelle campagne. Gli agrumeti siciliani e calabresi subirono danni incalcolabili. I fiori d’arancio, che stavano per sbocciare, vennero letteralmente “bruciati” dal gelo. Il Corriere della Sera riportò che le perdite per l’agricoltura del Mezzogiorno ammontavano a centinaia di miliardi di lire dell’epoca.

Aneddoti e curiosità: dai campi di calcio all’Angelus di Papa Giovanni Paolo II

L’evento non risparmiò il mondo dello sport. Il campionato di calcio di Serie A vide diverse partite rinviate o giocate in condizioni proibitive. Celebre fu la sfida tra Avellino e Inter, giocata su un campo che era una distesa di fango gelato e neve, con i giocatori costretti a indossare guanti e calzamaglie pesanti, accessori allora rari sui campi da gioco.

Domenica 8 marzo 1987, Papa Giovanni Paolo II, affacciandosi per l’Angelus in una Piazza San Pietro gelida e ancora imbiancata nei bordi, rivolse un accorato pensiero alle popolazioni colpite. Il Pontefice, abituato ai freddi della sua Polonia, apparve quasi sorpreso dalla tenacia di quell’inverno italiano che non voleva finire.

Un’altra curiosità riguarda il ritorno del sereno: quando il vento si placò, l’effetto albedo (la neve che riflette la radiazione solare) causò minime notturne spaventose. Fu proprio in quei giorni di “cielo limpido” che si registrarono le temperature più basse al suolo, poiché il calore terrestre si disperdeva rapidamente nello spazio senza lo schermo delle nubi.

Molti ricordano questo evento come “il gelo del Sud”. Al Nord (Milano, Torino, Bologna), le temperature furono molto basse, ma il cielo rimase sereno o poco nuvoloso. Questo accadde perché il blocco di alta pressione era posizionato troppo a nord-ovest, “saltando” le regioni settentrionali e scaricando tutta l’energia termodinamica sul versante adriatico e meridionale attraverso l’effetto ASE (Adriatic Snow Effect). Sulla costa romagnola e marchigiana, invece, la neve fu abbondante: a Rimini e Ancona si sciava letteralmente sui moli del porto.

Sfogliando gli archivi dei giornali dell’epoca, La Stampa riportò la disperazione dei coltivatori di fiori della Riviera Ligure e dei produttori di agrumi in Sicilia: “Il gelo ha bruciato i germogli, danni per miliardi di lire“. Fu una mazzata per l’economia agricola che stava appena uscendo dai danni del gelo del 1985.